The Dawn

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L’ALBA – (The dawn)

Pubblicato: 1 aprile 2014 in Meteorologia

L’ALBA – (The dawn)

Alba1L’alba è un momento temporale variamente definito, secondo i contesti linguistici, o come l’intervallo nel quale appare il primo chiarore all’orizzonte, parzialmente confondendosi col concetto di aurora, o come il momento del sorgere del sole, ponendosi come l’opposto del tramonto. Dal punto di vista astronomico, l’alba dura un solo istante, ed equivale al momento in cui il bordo superiore di un astro diviene visibile sopra l’orizzonte. Tuttavia, e più generalmente nel caso del Sole, indica tutto il periodo che va dal primo chiarore del cielo mattutino fino all’apparire del Sole. Le prime luci dell’alba derivano dalla rifrazione dei raggi solari da parte dell’atmosfera quando ancora l’astro si trova sotto l’orizzonte. La sua luminosità è di un colore biancastro che vira poi in una tonalità arancio-giallo oro. Generalmente, rispetto al tramonto, la differenza dei colori del cielo circostante il Sole dipendono in gran misura dalla minor quantità di particelle sospese nell’atmosfera mattutina, fatto dovuto alla minor temperatura dell’aria e alla minor presenza di venti durante la notte. Un’ipotetica alba su Kepler-22b, un pianeta che orbita attorno a una stella simile al Sole. Alba2Astronomicamente, il punto sull’orizzonte dal quale all’alba transita corrisponde esattamente alla direzione dell’est solo nelle date degli equinozi: esso si sposta infatti, nell’emisfero boreale, a nord-est nei mesi primaverili ed estivi (raggiungendo il punto più a nord al solstizio d’estate) e a sud-est nei mesi autunnali e invernali (analogamente, raggiungendo il punto più a sud al solstizio d’inverno). La zona dell’orizzonte compresa tra il punto più a nord e quello più a sud è detta zona ortiva. L’alba esiste anche sugli altri pianeti, ma differisce a causa della distanza dal sole, o, nel caso di pianeti extrasolari, dalla stella madre e della composizione atmosferica del pianeta stesso.Alba3

I MAGGIORI DISTRASTRI NUCLEARI (LA CLASSIFICA DELLA MORTE)

Scala di valutazione per gli incidenti

La IAEA ha stabilito una scala (scala INES – International Nuclear Event Scale) di gravità degli eventi possibili in una centrale nucleare o in altra installazione, che si articola nei seguenti 8 livelli:

A) Livello 0 (deviazione): evento senza rilevanza sulla sicurezza.

B) Livello 1 (anomalia): evento che si differenzia dal normale regime operativo, che non coinvolge malfunzionamenti nei sistemi di sicurezza, né rilascio di contaminazione, né sovraesposizione degli addetti.

C) Livello 2 (guasto): evento che riguardi malfunzionamento delle apparecchiature di sicurezza, ma che lasci copertura di sicurezza sufficiente per malfunzionamenti successivi, o che risulti in esposizione di un lavoratore a dosi eccedenti i limiti e/o che porti alla presenza di radionuclidi in aree interne non progettate allo scopo, e che richieda azione correttiva. Esempi: l’evento di Civaux, Francia (1998) e di Forsmark, Svezia (2006).

D) Livello 3 (guasto grave): un incidente sfiorato, in cui solo le difese più esterne sono rimaste operative, e/o rilascio esteso di radionuclidi all’interno dell’area calda, oppure effetti verificabili sugli addetti, o infine rilascio di radionuclidi tali che la dose critica cumulativa sia dell’ordine di decimi di mSv.

E) Livello 4 (incidente senza rischio esterno): evento causante danni gravi all’installazione (ad esempio fusione parziale del nucleo) e/o sovraesposizione di uno o più addetti che risulti in elevata probabilità di decesso, e/o rilascio di radionuclidi tali che la dose critica cumulativa sia dell’ordine di pochi mSv.

F) Livello 5 (incidente con rischio esterno): Evento causante danni gravi all’installazione e/o rilascio di radionuclidi con attività dell’ordine di centinaia di migliaia di TBq come, e che possa sfociare nell’impiego di contromisure previste dai piani di emergenza. Esempi: l’incidente di Three Mile Island, USA (1979), l’incidente di Windscale, Gran Bretagna (1957) e l’incidente di Goiânia, Brasile (1987).

G) Livello 6 (incidente grave): evento causante un significativo rilascio di radionuclidi e che potrebbe richiedere l’impiego di contromisure. Esempi: l’Incidente di Kyštym, URSS (1957).

H) Livello 7 (incidente molto grave): evento causante rilascio importante di radionuclidi, con estesi effetti sulla salute e sul territorio. Esempi: L’incidente di Černobyl’, URSS (1986) e l’incidente di Fukushima, Giappone (2011).

Incidenti nucleari verificatisi nella storia

A tutt’oggi, si sono verificati i seguenti incidenti nucleari noti:

1) 21 agosto 1945, 4º livello INES, (Los Alamos, Nuovo Messico, USA)
Harry K. Daghlian Jr. un tecnico incaricato a lavorare nel settore Omega del Los Alamos National Laboratory provoca involontariamente una massa critica lasciando cadere un cubetto di plutonio e di Carburo di tungsteno. Nonostante i due cubetti di materiali si separino istanti dopo essere caduti a terra a causa del colpo che ricevono, Daghlian viene esposto ad una dose letale di radiazione e muore qualche giorno più tardi il 15 settembre.

2) 21 maggio 1946, 4º livello INES, (Los Alamos, Nuovo Messico, USA)
Durante una dimostrazione scientifica alla presenza di diversi scienziati, il fisico Louis Slotin avvicina due semisfere di berillio che racchiudono una sfera di plutonio, generando quindi involontariamente una massa critica a causa della precedente rimozione del meccanismo di separazione delle due semisfere composto da una molla. Nonostante Slotin avesse separato immediatamente le due semisfere gli osservatori riferirono di aver percepito un’ondata di calore e di aver osservato un lieve bagliore causato dalla ionizzazione dell’aria circostante, e non come alcuni ritengono dall’Effetto Čerenkov che si verifica soltanto in mezzi più densi dell’aria. A causa della sua prossimità alle due semisfere Slotin assorbì però una dose letale di radiazioni e morì il 30 maggio dello stesso anno, mentre gli spettatori verranno esposti ad una dose di 1,7 Gray. Questo episodio fu successivamente anche riportato nel film „Fat Man and Little Boy“.

3) 12 dicembre 1952 5º livello INES (Chalk River, Canada)
Si tratta del primo incidente che ha interessato un reattore nucleare. L’evento interessò il cosiddetto reattore NRX presso i Chalk River Laboratories nei pressi di Ottawa. Durante alcuni test a causa delle incomprensioni tra il personale addetto al reattori furono inviati dati errati presso la sezione di controllo del reattore che causarono il parziale meltdown nucleare del reattore. A causa del successivo surriscaldamento del refrigerante del reattore vi fu una esplosione che provocò la fuoriuscita di liquido refrigerante contaminato che fu fatto confluire in una cava abbandonata per evitare la contaminazione del fiume Ottawa. Tra il personale inviato sul posto per partecipare alle operazioni di bonifica vi fu anche il futuro presidente Jimmy Carter, all’epoca tecnico della marina.

4) 1957, 5º livello INES, Windscale (Gran Bretagna)
Nella centrale nucleare di Windscale (l’odierna Sellafield) si assistette alla combustione lenta della grafite del reattore senza che i tecnici se ne rendessero conto, se non dopo un paio di giorni. A causa di ciò vi fu una fuga abbastanza consistente di radioattività, benché parecchio minore di Černobyl’. Attraverso la ciminiera della centrale, infatti, i fumi finirono in atmosfera e si dovettero prendere misure precauzionali per la popolazione inglese. In seguito all’incidente, comunque, ci si prodigò per la progettazione di misure di sicurezza più efficaci in Gran Bretagna.

5) 1957, 6º livello INES, Majak (Urali dell’URSS)
Nell’impianto di Majak, in una zona degli Urali dell’URSS, si verificò nel 1957 un incidente del 6º livello della scala INES. È il terzo incidente nucleare più grave della storia dopo quelli di Černobyl’ e di Fukushima. Di questo incidente si conosce poco per il fatto di aver interessato un sito militare segreto. Infatti in realtà l’incidente non coinvolse una centrale nucleare ma piuttosto un deposito di materiali radioattivi di un sito militare. Il rilascio di radioattività nell’ambiente costrinse la autorità a interdire l’area circostante che fortunatamente non era molto popolata.

6) 1969, 4º livello INES, Lucens (Svizzera)
La fusione del reattore in seguito ad un difetto di raffreddamento causò una massiccia contaminazione della caverna nella quale era collocato il reattore. Non si registrò alcuna contaminazione ne tra gli addetti della centrale ne tantomeno all’esterno dell’impianto.

7) 1973, 4º livello INES, Windscale (Gran Bretagna)
Ulteriore incidente nucleare a Windscale.

8) 1979, 5º livello INES, Three Mile Island (Pennsylvania, USA)
L’incidente di Three Mile Island che si verificò nella omonima centrale situata nei pressi dell’abitato di Harrisburg causò un rilascio di radioattività nell’ambiente a seguito dello scarico all’esterno di un eccesso di vapore che aveva saturato il circuito primario. In seguito al surriscaldamento del reattore vi fu una fuga di radionuclidi gassosi quali lo Xeno e vapori di Iodio. La popolazione della città poco distante che contava 140.000 persone venne evacuata per precauzione e secondo le stime ufficiali non vi furono conseguenze sanitarie. Tuttavia, il parziale meltdown nucleare a causa del surriscaldamento dello stesso rese inutilizzabile il reattore, con conseguenti gravi danni finanziari per i proprietari della centrale.

9) 1980, 4º livello INES, Saint-Laurent-Nouan (Francia)
L’incidente fu causato dalla fusione di un canale del carburante del reattore. Non vi fu tuttavia rilascio di radiazione al di fuori dell’impianto.

10) 1986, 7º livello INES, Černobyl’ (URSS)
L’incidente di Černobyl’ si verificò in una centrale nucleare nei pressi della cittadina di Pripyat e comportò la fusione del combustibile, l’esplosione e lo scoperchiamento del reattore, la fuga in aria di combustibile polverizzato, scorie radioattive e vari materiali radioattivi. In parte l’incidente fu provocato da alcune caratteristiche problematiche del reattore ma in gran parte è da imputarsi ad un errore umano, dal momento che i tecnici esclusero manualmente tutti i sistemi di sicurezza. La conseguenza dello scoperchiamento del reattore e della fuga in atmosfera di isotopi radioattivi fu una vasta contaminazione ambientale. Il rapporto ufficiale redatto da agenzie dell’ONU (OMS, UNSCEAR, IAEA e altre) stila un bilancio di 65 morti accertati con sicurezza più altri 4.000 morti presunti (che non sarà possibile associare direttamente al disastro) per tumori e leucemie su un arco di 80 anni. Secondo Greenpeace invece, i decessi direttamente o indirettamente imputabili a Černobyl’ sarebbero fino all’ordine dei 6.000.000 di 100.000 individui nei successivi 70 anni per tutti i tumori.

11) 1987, 5º livello INES, Goiânia (Brasile)
L’incidente di Goiânia causò la morte di 4 persone, mentre 6 ricevettero dosi radioattive di alcuni Gray. È uno fra gli incidenti nucleari più gravi della storia, essendo stati raggiunti livelli di radiazione all’esterno di un impianto nucleare che furono superati solo dagli incidenti di Černobyl’, Majak e Fukushima Dai-ichi. L’incidente fu causato da un apparecchio di radioterapia abbandonato in un ospedale che fu recuperato da alcuni ferrivecchi per rivenderne il metallo. Il cesio-137, prodotto attivo dell’apparecchio, fu disperso nell’ambiente attirando numerosi curiosi a causa dalla luce blu prodotta dalla ionizzazione dell’aria circostante. Oltre alle 4 persone morte nel giro di 75 giorni, 249 persone furono contaminate, di cui 49 dovettero essere ospitalizzate, e 21 furono trasferite in terapia intensiva. Fu necessario rimuovere 3 500 m³ di scorie radioattive per decontaminare il sito nel quale fu disperso il Cesio. Uno studio epidemiologico realizzato nel 2006 ha studiato le conseguenze di questo incidente sull’incidenza del cancro fra la popolazione che fu a contatto con il materiale radioattivo, ma nessun aumento statisticamente significativo dell’incidenza di cancro è stata registrata.

12) 1999, 4º livello INES, Tokaimura (Giappone)
Incidente che causò la sovraesposizione radiologica dei lavoratori dell’impianto di fabbricazione di combustibile nucleare in seguito ad un evento critico.

13) 2006, 4º livello INES, Fleurus (Belgio)
Causò gravi effetti sulla salute di un lavoratore di un impianto radiologico commerciale in seguito a un’elevata dose di radiazioni assorbite.

14) 2011, 7º livello INES, Fukushima (Giappone)
A seguito del grave terremoto dell’11 marzo 2011, l’unità 1 della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi, dopo circa 24 ore dall’evento, durante una ulteriore scossa di terremoto, ha registrato una esplosione con fuoriuscita di fumo bianco, presumibilmente idrogeno rilasciato dal liquido di raffreddamento in condizioni di alta temperatura e pressione, con conseguente dispersione di materiale irradiato all’esterno e crollo del tetto di un edificio di servizio, non ospitante il reattore. Il 13 marzo si è verificata una analoga esplosione all’unità 3. Nella mattina del 15 marzo, dopo numerosi allarmi riguardanti la mancata ricopertura delle barre del reattore dell’unità 2, si è verificata una esplosione che ad una prima indagine potrebbe aver danneggiato il rivestimento esterno del nucleo, rimasto intatto nelle unità 1 e 3. Anche le 4 unità della centrale di Fukushima Dai-ni, situata a 11 km dall’altra, e che erano in funzione al momento del sisma, sono state spente automaticamente dai sistemi di sicurezza, ma il malfunzionamento degli impianti di raffreddamento dei reattori ha provocato una situazione di allarme, di grado inferiore in quanto senza rilascio di radioattività all’esterno degli impianti.

IL MONTE SANT’ELENA 46°N: IL VULCANO DELLA PAURA  

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Il Monte Sant’Elena (Mount St. Helens) è un vulcano che si trova nello stato di Washington, negli Stati Uniti, sulla costa pacifica. Fino a pochi anni fa si sapeva poco o nulla della sua attività eruttiva, in quanto i dati geologici più precisi risalgono ad appena 20.000 anni. A partire da circa 20.000 anni fa, il Sant’Elena è stato caratterizzato da pochi fenomeni eruttivi intervallati da periodi di riposo variabili da 5.000 anni fino a un minimo di 200. Ed è proprio a distanza di circa 180 anni dall’ultima eruzione che il vulcano ricomincia a dare segni di risveglio. Dal punto di vista strettamente geologico, il Sant’Elena è un vulcano caratterizzato da attività esplosiva come il Vesuvio con i tipici prodotti che caratterizzano tali eruzioni: tefrite, depositi dovuti a esplosioni direzionali, flussi piroclastici.

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20 marzo – 18 maggio 1980: il disastro

20 marzo 1980: alle 15:37 i sismografi della rete sismica dell’Università di Seattle registrano un terremoto di magnitudo 4,1. La stazione che per prima registra il sisma è quella ubicata sul Sant’Elena, e il Geological  Survey della California decide di installare altri quattro sismografi.

21 marzo: vengono installati i quattro sismografi che registrano nuovi terremoti di magnitudo 4,0 o superiore.

25 marzo: viene osservata una fessura nella neve sulla cima del vulcano e viene interdetto l’accesso a chiunque nel raggio di 5 chilometri dalla cima della montagna.

27 marzo: al mattino viene osservato un buco nel ghiaccio sulla cima del vulcano, e alle ore 12:30 avviene la prima emissione di cenere e vapore, nei giorni successivi avvengono numerose piccole esplosioni che accrescono il cratere alla sommità.

1º aprile: l’allargamento del cratere ha provocato l’abbassamento e il rigonfiamento del fianco nord del vulcano, che in certi punti supera gli 80 metri. Alle 19:25 dello stesso giorno i sismografi registrano la prima comparsa di tremore armonico. L’attività sismica registra diminuzioni nel numero dei terremoti, ma l’aumento delle relative intensità.

23 aprile: vengono posti dei sensori sul fianco nord per consentire la misurazione delle deformazioni con geodimetri laser. La zona interdetta viene portata da 5 a 13 chilometri. Alla fine di aprile i sismologi ritengono di essere in grado di prevenire con ragionevole anticipo l’eventuale eruzione del vulcano, basandosi sulla convinzione che un’eruzione o una frana saranno precedute dall’aumento repentino della sismicità e delle deformazioni.

18 maggio: alle 8:32 senza alcun ulteriore avvertimento un terremoto di magnitudo 5,2 scuote il vulcano. Il fianco nord si stacca e frana a valle e contemporaneamente un’esplosione provoca una nube di cenere incandescente che si sposta a una velocità di oltre 100 chilometri all’ora distruggendo tutto ciò che trova sul suo percorso. Una nuvola densa e nera si solleva nella stratosfera con esplosioni e fulmini e oscura tutto nel raggio di 200 chilometri dal vulcano. L’attività sismica continua fino alle 8:44 per poi interrompersi fino alle 12:00. L’eruzione continua fino alle 18:30 circa.

Alla fine dell’eruzione il vulcano appare completamente distrutto: circa 2,5 chilometri cubi del suo fianco nord sono scomparsi con la frana e la cima si è abbassata di 350 metri; un ampio cratere a forma di ferro di cavallo si apre verso nord e risultano eruttati circa 0,2 chilometri cubi di magma che hanno distrutto 27 chilometri quadrati di foresta secolare. Nella prima eruzione del 18 maggio, perdono la vita 57 persone. Nei giorni seguenti le polveri emesse dal vulcano vengono trasportate a grande distanza e si depositano formando coltri spesse, danneggiando le coltivazioni anche a 2500 chilometri di distanza, e per settimane vengono osservate dai satelliti negli strati alti dell’atmosfera.

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Episodi successivi

1)Nella notte fra il 24 e il 25 maggio avviene una nuova eruzione esplosiva con emissione di grandi quantità di ceneri e pomici per circa sette ore, accompagnata da uno sciame di terremoti profondi.

2)Il 12 giugno alle 19:05, preceduta da varie ore di aumento del tremore armonico avviene una nuova eruzione esplosiva della durata di dieci ore.

3)Il 22 luglio una nuova eruzione modifica la tipologia degli eventi: da tale data le eruzioni non avvengono più ininterrottamente per ore, ma a piccoli impulsi intervallati da molte ore di distanza, segno che l’alimentazione di magma sta diminuendo.

4)Altre due eruzioni esplosive avvengono il 7 agosto e il 16 ottobre. Dopo l’ultima si forma stabilmente all’interno del cratere un duomo di lava che viene alimentato episodicamente negli anni successivi.

0311200914045997891AYERS ROCK – Nel Cuore dell’Australia

Uluru (chiamato in inglese Ayers Rock) è il più imponente massiccio roccioso dell’outback australiano. Circondato dalla superficie completamente piana del bush, Uluru è visibile da decine di chilometri di distanza ed è celebre per la sua intensa colorazione rossa, che muta in maniera spettacolare (dall’ocra, all’oro, al bronzo, al viola) in funzione dell’ora del giorno e della stagione; caratteristiche che ne fanno una delle icone dell’Australia. La superficie, che da lontano appare quasi completamente liscia, rivela avvicinandosi molte sorgenti, pozze, caverne, peculiari fenomeni erosivi e antichi dipinti. L’Uluru si trova in Australia (Oceania) nel Territorio del Nord, nel Parco nazionale Uluru-Kata Tjuta, 450 km a sudovest della città di Alice Springs. Si tratta di un luogo sacro per gli aborigeni, formalmente riconsegnato dal governo australiano agli indigeni del luogo nel 1985. Uluru è il nome aborigeno originale del luogo. Si pensa derivi dalla parola ulerenye, una parola Arrernte che significa “strano”. È anche un cognome comune nella zona.

sdsdIl primo non indigeno ad avvistare la formazione fu l’esploratore Ernest Giles, nell’ottobre del 1872. Vide il massiccio da molto lontano, e non poté avvicinarsi oltre a causa del lago Amadeus. Giles descrisse l’Uluṟu come “una pietra notevole” (espressione che non fu adottata come nome, a differenza di quanto accadde alle remarkable rocks di Kangaroo Island). Il 19 luglio dell’anno successivo, William Gosse battezzò la roccia Ayers Rock in onore dell’allora Premier del Sud Australia Sir Henry Ayers. Nel 1993 fu istituita formalmente una doppia denominazione secondo la quale sia il nome aborigeno che quello inglese erano considerati nomi ufficiali. Il 15 dicembre 1993, Uluru fu ribattezzato Ayers Rock/Uluru e divenne la prima località con doppio nome nel Territorio del nord. Il 6 novembre del 2002, il nome duale fu ufficialmente rovesciato, diventando Uluru/Ayers Rock per richiesta dell’Associazione Regionale del Turismo di Alice Springs. Attualmente, il nome originale aborigeno è quello più utilizzato per indicare la roccia, mentre “Ayers Rock” è utilizzato solo per indicare il relativo aeroporto, il paese/resort (non è un vero e proprio paese) principale più vicino si chiama Yulara.

Descrizione

jghjjjUluru è definito un monolito, ma più precisamente è una parte di una formazione rocciosa monolitica molto più grande e in gran parte sotterranea che comprende anche i Kata Tjuta e il Monte Connor. L’Uluru si staglia per circa 320 m. rispetto al territorio circostante; ha un’altitudine di 864 m s.l.m.; ha un diametro di circa 8 km, ed è caratterizzato da una superficie molto dura e pareti estremamente lisce a strapiombo. Caratteristica notevole del massiccio è il modo in cui esso sembra cambiare colore nelle diverse ore del giorno e nei diversi mesi dell’anno; alba e tramonto, in particolare, producono veloci variazioni di colore estremamente spettacolari (probabilmente la più grande attrazione turistica australiana). Questi effetti di colore sono dovuti a minerali come i feldspati che riflettono particolarmente la luce rossa. Il massiccio è costituito in larga parte di ferro e il suo colore rosso è dovuto all’ossidazione. Vicino all’estremità ovest di Uluṟu si trova la comunità aborigena di Mutitjulu (pop. ca. 300). La popolazione locale si chiama Pitjantjatjara o Anangu (che significa “gente” in lingua Pitjantjatjara). A 17 km di distanza, appena fuori dal National Park, si trova invece il paese turistico di Yulara (pop. 3000). A 25 km da Uluṟu si trovano i monti Kata Tjuta, letteralmente “molte teste”, che fanno parte della stessa formazione rocciosa e hanno un simile colore rosso. I Pitjantjatjara e gli Yankunytjatjara chiamano i turisti che vanno a visitare Uluru e i Kata Tjuta minga tjuta, che significa “formiche“, così da descrivere l’immagine che danno dalla cima di queste formazioni.

Uluru nella mitologia aborigena

imagesCA27LCKGUluru ha un ruolo particolare nella mitologia del dreamtime (“era del sogno”, o tjukurpa) delle popolazioni del luogo. In generale, il tjukurpa è un insieme di “miti di formazione”, volti a spiegare le caratteristiche geografiche del territorio (pozze, montagne, caverne e così via) come “tracce” dei viaggi e delle azioni di esseri ancestrali (vissuti, appunto, nell'”epoca del sogno” che precede la memoria umana). Inoltre, gli aborigeni ritengono che questi elementi geografici mantengano per sempre l’essenza vitale e creativa degli esseri che l’hanno generata. Queste creature ancestrali sono generalmente descritti come giganti in parte umani e in parte simili ad animali o piante. Il sito di Uluru porta i segni dell’attività di numerose creature ancestrali. La maggior parte dei miti sull’Uluru, sulle sue caverne, le sue pozze, le sue sorgenti, o le caratteristiche del paesaggio circostante sono segrete, e non vengono rivelate ai piranypa (i non-aborigeni); solo gli elementi generali della storia della formazione dell’ ‘Uluṟu sono noti. Secondo il mito, Tatji, la Lucertola Rossa, che abitava nelle pianure, giunse a Uluru. Lanciò il suo kali (boomerang), che si piantò nella roccia. Tatji scavò la terra alla ricerca del suo kali, lasciando numerosi buchi rotondi sulla superficie della roccia. Questa parte della storia è volta a spiegare alcuni insoliti fenomeni di corrosione sulla superficie di Uluru. Non essendo riuscito a trovare il suo kali, Tatji morì in una caverna; i grossi macigni che vi si trovano oggi sono i resti del suo corpo.

Un altro mito riguarda due fratelli bellbird (un uccello australiano della famiglia dei passeri) che cacciavano un emù. L’emù fuggì verso Uluru e due uomini lucertola dalla lingua blu, Mita e Lungkata, lo uccisero e lo macellarono. (Alcuni grossi macigni nei pressi di Uluru sono interpretati come pezzi della carne dell’emù). Quando i fratelli bellbird giunsero sul posto, gli uomini lucertola diedero loro un misero pezzetto di carne, sostenendo che non c’era altro. Per vendetta, i fratelli bellbird diedero fuoco al riparo degli uomini lucertola. Questi cercarono di fuggire scalando le pareti della roccia, ma caddero e arsero vivi. Questa storia spiega i licheni grigi sulla superficie della roccia nella zona dove si sarebbe tenuto il pasto (che sono considerati traccia del fumo dell’incendio) e due macigni semi-sepolti (i resti dei due uomini lucertola). Queste e altre storie del dreamtime sono rappresentate da numerosi dipinti rupestri lungo la superficie dell’Uluru. Secondo la tradizione aborigena, questi dipinti vengono frequentemente rinnovati; fra gli innumerevoli strati di pittura, i più antichi risalgono a migliaia di anni fa. Diversi luoghi lungo il perimetro dell’Uluru hanno valenza religiosa particolarmente forte e i turisti che li visitano sono soggetti a diversi livelli di proibizione (per esempio di non avvicinarsi a determinati luoghi o non scattare fotografie).

Scalare Uluru

fdfdfffdsGli aborigeni hanno richiesto più volte che i turisti non scalino il massiccio, sia perché si tratta di un luogo sacro nella mitologia aborigena del dreamtime, sia per motivi di sicurezza. Nel 1983, il Primo Ministro australiano Bob Hawke promise che avrebbe vietato la scalata. Tuttavia, quando il governo australiano restituì la proprietà di Uluṟu agli Anangu (il 26 ottobre 1985), furono poste le due condizioni che per 99 anni Uluṟu fosse gestito congiuntamente con l’associazione nazionale “National Parks and Wildlife” e che durante questo periodo fosse concesso ai turisti di scalare la roccia. La scalata di Uluru è infatti un’attrazione turistica molto importante, e soprattutto molto apprezzata dai giapponesi, che costituiscono una percentuale significativa della popolazione di turisti in Australia. Sebbene nel 1964 sia stato posizionato sulla roccia un corrimano (esteso nel 1976), l’ascesa è ancora piuttosto pericolosa a causa delle superfici ripide e lisce, della fatica della scalata (che dura circa un’ora) e, almeno in alcune ore e stagioni, del rischio di insolazioni; l’attacco di cuore è fra le principali cause di morte.

L’ARCOBALENO

Pubblicato: 17 novembre 2012 in Meteorologia

L’ARCOBALENO

L’arcobaleno è un fenomeno ottico e meteorologico che produce uno spettro quasi continuo di luce nel cielo quando la luce del Sole attraversa le gocce d’acqua rimaste in sospensione dopo un temporale, o presso una cascata o una fontana. Visivamente è un arco multicolore, rosso sull’esterno e viola sulla parte interna, senza transizioni nette tra un colore e l’altro. Comunemente, tuttavia, lo spettro continuo viene descritto attraverso una sequenza di bande colorate; la suddivisione tradizionale è: rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto. Esso è la conseguenza della dispersione e della rifrazione della luce solare contro le pareti delle gocce stesse. In rari casi, un arcobaleno lunare, o notturno, può essere visto nelle notti di forte luce lunare. Ma, dato che la percezione umana dei colori in condizioni di poca luminosità è scarsa, gli arcobaleni lunari sono percepiti come bianchi.

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Spiegazione scientifica

Gli arcobaleni possono essere osservati ogni qualvolta ci siano gocce di acqua nell’aria e luce solare proveniente da dietro l’osservatore ad una bassa altezza. L’arcobaleno più spettacolare si può vedere quando metà del cielo è ancora scuro per le nuvole di pioggia e l’osservatore si trova in un punto con il cielo pulito sopra. L’effetto dell’arcobaleno è anche comune vicino alle cascate o alle fontane. A volte si possono vedere frange di arcobaleno ai bordi delle nuvole illuminate da dietro e come bande verticali nella pioggia distante o nelle virghe. L’effetto si può anche creare artificialmente disperdendo goccioline di acqua nell’aria durante un giorno soleggiato. L’aspetto di un arcobaleno è provocato dalla dispersione ottica della luce solare che attraversa le gocce di pioggia. La luce viene prima rifratta quando entra nella superficie della goccia, riflessa sul retro della goccia e ancora rifratta uscendo dalla goccia. L’effetto complessivo è che la luce in arrivo viene riflessa in una larga gamma di angoli, con la luce più intensa riflessa con un angolo di 40°–42°. L’angolo è indipendente dalla dimensione della goccia, ma dipende dal suo indice di rifrazione. L’acqua del mare ha un indice più alto di quella della pioggia, quindi il raggio di un arcobaleno negli spruzzi di acqua di mare è più piccolo di quello di un arcobaleno di pioggia. Questo è visibile a occhio nudo dal disallineamento di questi due archi.

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La quantità di luce che viene rifratta dipende dalla sua lunghezza d’onda, e quindi dal suo colore. La luce blu (onde più corte) viene rifratta ad un angolo più grande di quella rossa, ma siccome l’area nel retro di una gocciolina ha un punto focale al suo interno, lo spettro lo attraversa, e così la luce rossa appare più alta nel cielo, formando i colori esterni dell’arcobaleno. La luce dietro alle gocce di pioggia non va in riflessione interna totale e un poco di luce emerge dal retro; tuttavia, la luce che viene fuori dal retro della goccia non crea un arcobaleno tra l’osservatore e il sole perché lo spettro emesso dal retro non ha un massimo di intensità, come hanno gli altri arcobaleni visibili, e quindi i colori si mescolano tra loro piuttosto che formare un arcobaleno.

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Un arcobaleno non è qualcosa di concreto che abbia esistenza effettiva in una particolare posizione del cielo. Si tratta solo di un fenomeno ottico la cui posizione apparente dipende dal punto in cui si trova l’osservatore e dalla posizione del sole. La posizione di un arcobaleno nel cielo è sempre dalla parte opposta rispetto al sole, e l’interno è sempre leggermente più luminoso dell’esterno. Tutte le gocce di pioggia rifrangono la luce solare nello stesso modo, ma solo la luce di alcune di esse raggiunge l’occhio dell’osservatore. Questa luce è quella che costituisce l’arcobaleno per quel determinato osservatore. L’arco è centrato sull’ombra della testa dell’osservatore, e più precisamente nel nadir (che si trova sotto all’orizzonte durante il giorno), apparendo ad un angolo di 40°–42° rispetto alla linea tra la testa dell’osservatore e la sua ombra. Come risultato, se il sole è più alto di 42°, allora l’arcobaleno si trova sotto l’orizzonte e non può essere visto siccome di solito non ci sono abbastanza goccioline di pioggia tra l’orizzonte (che è l’altezza degli occhi) e la terra per contribuirvi. Eccezioni avvengono quando l’osservatore si trova sopra la terra, per esempio su di un aeroplano (vedi figura), su di una montagna o su di una cascata. Un arcobaleno può essere generato utilizzando uno spruzzino da giardino, ma perché vi siano abbastanza gocce, esse devono essere molto fini.

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È difficile fotografare l’arco completo di un arcobaleno, poiché questo richiede un angolo visivo di 84°. Con una fotocamera formato 35 mm, è necessaria una lente con una lunghezza focale di 19 mm, mentre la maggior parte delle fotocamere compatte è dotata di lenti con focale minima di 28 mm. Un sistema per aggirare questo limite è l’utilizzo di appositi programmi, facilmente reperibili in rete, che permettono di fare un “collage” di più immagini. Da un aeroplano, si ha l’opportunità di vedere un cerchio intero di arcobaleno, con l’ombra dell’aereo nel suo centro. Questo fenomeno potrebbe essere confuso con il fenomeno gloria, ma un gloria è solitamente molto più piccolo, coprendo solo 5°–20°.

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Varianti

A volte un arcobaleno secondario, più scuro e più grosso, è visibile all’esterno dell’arco primario. Gli arcobaleni secondari sono provocati da una doppia riflessione della luce solare dentro le gocce di pioggia, e appare ad un angolo di 50°–53°. Come risultato della seconda riflessione, i colori dell’arcobaleno secondario sono invertiti in confronto a quelli del primario, con il blu all’esterno e il rosso all’interno. L’area scura di cielo non illuminato posta tra l’arcobaleno primario e quello secondario viene chiamata banda di Alessandro, da Alessandro di Afrodisia che la descrisse per primo. Un terzo, o triplo, arcobaleno si può vedere in rare occasioni, e pochissimi osservatori hanno riportato l’avvistamento di arcobaleni quadrupli, nei quali l’arco più esterno, molto più fioco, aveva un aspetto increspato e pulsante. Questi arcobaleni apparirebbero dallo stesso lato nel cielo dove si trova il sole, rendendoli molto difficili da avvistare.

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Altre volte può essere osservato un altro meraviglioso fenomeno di arcobaleno, consistente in diversi deboli arcobaleni nel lato interno dell’arco primario e, molto raramente, anche all’esterno di quello secondario. Sono leggermente separati ed hanno bande di colori pastello che non entrano nello schema classico. Questi sono conosciuti come arcobaleni “supernumerosi”, e non è possibile spiegare la loro esistenza utilizzando la geometria ottica classica. I fiochi archi alternati sono provocati da interferenze tra i raggi di luce che seguono percorsi leggermente diversi con lunghezza d’onda leggermente diverse all’interno delle gocce di pioggia. Alcuni raggi sono in fase rinforzandosi l’un l’altro attraverso una interferenza costruttiva, creando una banda molto luminosa; altri sono fuori fase fino a mezza lunghezza d’onda, cancellandosi a vicenda attraverso interferenza distruttiva, creando un buco. Data la differenza tra gli angoli di rifrazione per raggi di diversi colori, i modelli dell’interferenza sono leggermente diversi per questi ultimi, così ogni banda luminosa è differenziata nel colore, creando un arcobaleno in miniatura. Gli arcobaleni supernumerosi sono meglio visibili quando le gocce di pioggia sono piccole e di dimensioni simili. L’esistenza reale di tale tipo di arcobaleno è stato storicamente un primo indizio della natura ondulatoria della luce e la prima spiegazione fu fornita da Thomas Young nel 1804.

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Altre varianti di arcobaleno vengono prodotte quando la luce solare si riflette su una massa di acqua. Là dove la luce si riflette sull’acqua prima di raggiungere le gocce di pioggia, si produce un arcobaleno di riflesso. Questi arcobaleni condividono gli stessi punti finali del normale arcobaleno ma hanno un arco molto più grande quando tutto esso è visibile. Sia l’arco primario che quello secondario riflessi possono essere osservati. Un arcobaleno riflesso, in contrasto, viene prodotto quando la luce che è stata prima riflessa dentro le gocce viene riflessa da una massa di acqua prima di raggiungere l’osservatore. Un arcobaleno riflesso non è una immagine specchiata dell’arco primario, ma è posizionata ad un angolo dipendente dall’altezza del sole.