Archivio per dicembre, 2010

Rovaniemi 66° N – La città di Babbo Natale

Rovaniemi è il capoluogo della Lapponia, la provincia più settentrionale della Finlandia. Ha una popolazione di circa 58 mila abitanti. È situata 10 km a sud del circolo polare artico, tra le colline di Ounasvaara e Korkalovaara, alla confluenza del fiume Kemijoki e del suo affluente Ounasjoki. Il porto più vicino, a Kemi, è a 115 km. Il nome Rovaniemi è stato spesso ritenuto di origine lappone, in quanto “roavve” in Sami indica una collina boscosa. Nei dialetti della Lapponia meridionale “rova” significa invece cumulo di pietre o roccia. Probabilmente ci sono stati insediamenti umani stabili nell’area di Rovaniemi sin dall’età della pietra. Il disboscamento di terreni per utilizzi agricoli iniziò intorno al 750-530 a.C. Reperti rinvenuti nell’area fanno ipotizzare che un crescente numero di persone provenienti da est, dalla Carelia, da sud, da Hämeth e dalle coste dell’Oceano Artico, a nord, si stabilirono a Rovaniemi a partire dal 500 d.C.

Le risorse naturali della Lapponia nel XIX secolo spinsero la crescita di Rovaniemi. La febbre dell’ oro, e l’estensivo sfruttamento del legname attrassero migliaia di persone in Lapponia, e Rovaniemi divenne il centro economico della provincia lappone. Nella guerra lappone, durante la Seconda guerra mondiale, circa il 90% degli edifici cittadini fu distrutto dalle truppe tedesche. La ricostruzione di Rovaniemi iniziò nel 1946. Molti edifici pubblici e privati della città furono progettati dall’architetto finlandese Alvar Aalto, come ad esempio il Centro Amministrativo e Culturale, che comprende il municipio, il teatro cittadino e la biblioteca provinciale.

Grazie all’ambiente naturale incontaminato che la circonda e alle numerose infrastrutture ricreative, il turismo è un importante settore economico a Rovaniemi. La città conta numerosi alberghi, situati sia in centro che nelle zone periferiche. La maggioranza dei suoi abitanti è impiegata nel settore dei servizi. Dato che Rovaniemi è la capitale della provincia della Lapponia, molte istituzioni governative hanno sede nella città. Si calcola che dei 35.000 abitanti circa 10.000 siano studenti, infatti a Rovaniemi si trovano l’ Università della Lapponia e il Politecnico di Rovaniemi. Rovaniemi è il punto più a nord della ferrovia elettrificata del gruppo VR, con treni passeggeri diurni e notturni che partono dalla stazione di Rovaniemi verso Oulu, Tampere, Helsinki e Turku. Verso il nord-est della regione della Lapponia partono treni a motore Diesel che la collegano con Kemijärvi. Fra i punti d’ interesse di Rovaniemi ci sono: il ponte Jätkänkynttilä con la fiamma eterna sopra il fiume Kemijoki, l’ Arktikum, il museo dell’artico e gli edifici progettati da Alvar Aalto. Rovaniemi ospita anche il ristorante più settentrionale della catena McDonald’s.

Rovaniemi, è anche conosciuta come la città di Babbo Natale. Fuori dalla città si trova infatti Santa Park, il villaggio di Babbo Natale, il cosiddetto Santa Claus Village Santapark, a circa 8 km a nord del centro. Qui i bimbi hanno l’opportunità unica di conoscere di persona il vero Babbo Natale, di visitare il suo originalissimo ufficio, di entrare nel leggendario ufficio postale a Napapiiri (pieno zeppo di letterine) e di vivere, insieme ai genitori, la magica atmosfera del Natale. Ma non solo. Il viaggio in questa zona della Finlandia, meglio conosciuta come Lapponia è un’occasione per provare nuove esperienze, come la corsa sulla slitta trainata dalle renne, magari proprio quelle di Babbo Natale, di ammirare gli spettacolari giochi di luce dell’Aurora Boreale e di percorrere gli incantevoli paesaggi artici, le foreste e le immense distese innevate a bordo di motoslitte.Si può anche visitare un allevamento di cani husky e la fattoria delle renne, dove vivono i pastori lapponi. Se si è fortunati, intorno al fuoco della “kota”, la tipica tenda del popolo Sami, si può assistere alla cerimonia del battesimo lappone. Impedibile è la visita al museo Arktikum, che propone interessanti testimonianze della cultura di questo popolo e delle altre minoranze etniche locali. A 5 km da Rovaniemi si può visitare il Santa Park, un parco a tema all’interno del quale si trovano gli elfi, gli aiutanti di Babbo Natale, il laboratorio dove vengono costruiti i giocattoli, le giostre e tante altre attività divertenti per grandi e piccini. I bambini non devono dimenticare di portare i loro giocattoli usati, perché qui vengono riciclati per essere regalati ai bimbi poveri.

Un altro fenomeno che attrae numerosi turisti è quello delle aurore boreali o luci del nord. In Lapponia il numero di aurore boreali visibili in un anno può arrivare a 200, mentre nel resto della Finlandia tale numero difficilmente arriva a 20. Clima: Temperatura media: + 0,2 °C – Precipitazioni annue: 535 mm mediamente il terreno è coperto di neve per 183 giorni all’anno – Temperatura minima registrata: – 45,3 °C – Temperatura massima registrata: + 30,6 °C – Il sole di mezzanotte può essere visto dal 6 giugno al 7 luglio.

Annunci

LA NEVICATA DEL SECOLO: Gennaio 1985

Pubblicato: 16 dicembre 2010 in Meteorologia

La Nevicata del secolo – Gennaio 1985

Il gennaio 1985 è stato uno dei mesi più freddi della storia in Italia e in molte aree dell’Europa dal punto di vista meteorologico, con temperature ovunque abbondantemente al di sotto delle medie stagionali fino al giorno 17.

Dicembre 1984: inizio d’inverno con temperature insolitamente miti

Nella prima parte del dicembre 1984, l’anticiclone russo-siberiano non si spinse oltre il mar Caspio mentre in Europa occidentale permanevano condizione d’alta pressione con centro sui Balcani, che determinava in tutta Italia temperature sensibilmente superiori alle medie stagionali. Perfino in Scandinavia, le temperature scendevano difficilmente sotto lo zero per un vigoroso flusso di correnti miti sud-occidentali che raggiungevano anche le alte latitudini europee (isoterme a 1.500 metri del 1, 8 e 14 dicembre). Nell’ultima parte del mese, si approfondì un’intensa depressione a est della Sicilia (isobare del 25 dicembre), che determinò insistenti piogge torrenziali sulle regioni joniche e in Basilicata, con neve sui relativi rilievi e nelle zone interne della Puglia; l’aria fredda richiamata da questa bassa pressione portò la neve anche in Lombardia (15 – 20 cm). Sembrava probabile che l’aria polare dell’anticiclone-russo siberiano potesse entrare dalla porta della bora direttamente nel Mediterraneo, dove avrebbe colpito soprattutto le regioni adriatiche e meridionali.

1°- 4 gennaio: aria artica sull’Italia

Nei primi giorni del gennaio 1985, lo scenario meteorologico europeo cambiò. Un improvviso riscaldamento della stratosfera (stratwarming) provocò un rapido riscaldamento dell’aria sovrastante alla Groenlandia. Questo causò la rottura del vortice polare, al cui posto si formò un’insolita area di pressioni alte e livellate, in congiungimento con l’Anticiclone delle Azzorre che si dispose in senso meridiano fino a raggiungere il Polo nord. A questo punto l’aria artica marittima, fredda e umida, poté giungere sul Mediterraneo scendendo lungo il lato occidentale del continente europeo ed entrando in Europa occidentale a più riprese attraverso la valle del Rodano, grazie ad un’area di bassa pressione che si stava approfondendo sull’Olanda.

Il 1º gennaio il tempo risultava stabile e soleggiato sulle regioni settentrionali, sulla Toscana, sull’Alto Lazio e sulla Sardegna, con ventilazione da debole a moderata nord-orientale, temperature minime quasi ovunque prossime allo zero e massime tra i 5 e i 10 °C. Sulle regioni del medio e basso versante adriatico, sul Basso Lazio e su tutte le regioni meridionali il cielo si presentò da parzialmente nuvoloso a molto nuvoloso con piogge e nevicate sparse, anche a quote molto basse. Il 2 gennaio l’aria artica, proveniente dal Mare di Kara in Russia settentrionale cominciò a scendere verso l’Europa. Le temperature scesero repentinamente in modo vistoso: giorno di ghiaccio a Bolzano e Torino, che registrò una massima di -4 °C. Intanto fronti freddi collegati all’aria artica cominciavano a scendere dalla Scandinavia, portando condizioni di tempo perturbato sull’Italia. Neve con accumulo di 2 cm a Grosseto (non accadeva dal 1963), su quasi tutte le zone interne peninsulari e lungo tutta la costa adriatica. Il 3 gennaio s’intensificò il freddo. A Torino la minima crollò a -11 °C. In nottata, nevicò addirittura sull’Isola d’Elba e sul suo capoluogo Portoferraio. Il 4 gennaio, temperature basse su tutta l’Europa e l’Italia, ma non da primato. Tuttavia insistettero le nevicate sulla Toscana nord-occidentale (compresa la Costa apuana e la Versilia), sulla Sardegna (ad Alghero, dove non accadeva dal 1960) e anche sui rilievi dell’Isola d’Ischia. Nella stessa giornata, vennero completamente imbiancate anche la Corsica e le isole Baleari.

5-9 gennaio: grandi nevicate su gran parte d’Italia

Il 5 gennaio un’irruzione di aria artica molto fredda colpì in pieno l’Italia, passando prima attraverso la porta del Rodano e poi anche quella della Bora. Il contrasto tra l’aria fredda e quella assai più calda del mar Mediterraneo provocò nevicate su tutta la Toscana centro-settentrionale (comprese Firenze e Pisa) e anche a Bordighera, in Liguria; mentre a Trieste la bora raggiunse i 100 km/h, a Città di Castello la neve raggiunse i 35 cm. Il Veneto e la Sardegna, a parte qualche zona, vennero coperti di neve. Qualche fiocco arrivò anche a Ragusa, nella Sicilia meridionale.

Il 6 gennaio una perturbazione di origine africana raggiunse il Lazio e l’Italia centro-meridionale richiamando aria calda da sud che strisciò sopra l’aria gelida. Questo provocò intense nevicate lungo il litorale tirrenico laziale, compresa Roma, nelle Marche, in Abruzzo, Molise, Puglia, Calabria, Basilicata e anche sull’isola d’Ischia. Insolita e suggestiva fu la neve con accumulo a Orbetello e Civitavecchia che, statisticamente, “vedono” questo evento con una media di un episodio ogni 28 anni. Lo stesso sistema nuvoloso, prima di raggiungere l’Italia centro-meridionale, aveva portato nuove nevicate anche lungo le coste mediterranee della Spagna e della Francia e perfino in Marocco, Algeria e Tunisia, sui cui altopiani vi fu un accumulo di quasi un metro. Il 7 gennaio, crollò la temperatura a Genova, Trieste, rispettivamente con -7, -8 °C, città che raramente hanno minime molto basse a causa dello scarso fenomeno dell’irraggiamento notturno. A La Spezia, la temperatura scese a -12,8  °C. A Roma e ad Aosta le temperature minime furono rispettivamente di -10 °C e -18 °C. In montagna le temperature furono da primato: -21,2 °C sul Monte Cimone e -33 °C a Fusine di Tarvisio in Friuli. Il lago di Massaciuccoli, in Versilia, gelò completamente a causa delle temperature bassissime (-15 °C nei dintorni di Lucca). L’8 gennaio continuarono le nevicate su Toscana, Lazio, Umbria, Campania e pianura padana centro-orientale; temperature gelide su Alto Adige (-15 °C a Bolzano), in Veneto (-23 °C a Cortina d’Ampezzo, -27 °C a Santo Stefano di Cadore e -31 °C sul Passo Pordoi) e in Irpinia (-18 °C). Cominciarono a gelare fiumi come il Po, l’Arno e alcuni fiumi marchigiani.

Il 9 gennaio la coltre di neve raggiunse i 40 cm su Firenze e ben 80 cm in Val di Cecina. A Bologna, caddero 30 cm di neve in poche ore. Ancora neve su Roma e anche su Napoli (10 cm), a Capri e lungo tutte le coste della Campania. Per la prima volta dopo 50 anni, nevicò a Cagliari nel corso di un giorno di ghiaccio (-2 °C/-1 °C) cosicché la Sardegna appariva completamente imbiancata. Nel corso della mattinata, si aprirono le prime schiarite in Toscana e sull’Italia settentrionale, che furono la causa dell’intenso raffreddamento durante le notti successive. La giornata si concludeva in serata con la neve che, con alcuni fiocchi, raggiungeva anche il litorale della Sicilia, presso Punta Raisi, e nella Conca d’Oro, a seguito di un brusco abbassamento di temperatura. Mentre praticamente tutta l’Europa era nel gelo, in Groenlandia era “primavera”: Nuuk registrò una massima di 2 °C, nel sud dell’isola si registrarono 8 °C.

10-13 gennaio: Italia centrale ed Emilia-Romagna nel gelo

Il 10 gennaio si raggiunsero -24 °C a Reggio Emilia, -25 °C a Parma e -15 °C a Firenze, Pontedera e Ponsacco (un primato che sarà presto battuto). Il responsabile era l’effetto albedo, ovvero la perdita di calore per irraggiamento dovuto alla spessa copertura nevosa. L’11 gennaio la minima all’aeroporto di Firenze precipitò a -22,2 °C, mentre l’osservatorio Ximeniano in città registrò -11 °C. Le massime furono rispettivamente di -0,4 °C e -1,2 °C. L’Arno ghiacciò completamente. All’aeroporto di Pisa si registrarono -14,4 °C, mentre nella città il termometro scesa a -12,2 °C. In Emilia si toccarono addirittura i -27 °C ad Anzola e a Pracchia si arrivò fino a -30 °C. Storica fu la neve a Catanzaro, che cadde anche sul lido. Il 12 gennaio, complice il cielo sereno e l’effetto albedo, a Firenze Peretola si raggiunsero i -23,2 °C, mentre l’Osservatorio Ximeniano nel centro cittadino registrò “soltanto” -10,6 °C grazie all’effetto isola di calore. A Lucca si scese a -13,4 °C e a Saline di Volterra si toccarono i -28,8 °C, mentre lungo le coste della Versilia le temperature massime non riuscivano a superare lo zero. Più a sud, freddo molto intenso anche a Grosseto (-13 °C all’aeroporto e -8 °C nel centro cittadino ma con massime tra i +4 e i +5 °C), a Frosinone con -19 °C, a Roma Ciampino con -11 °C, a Foggia Amendola con -10 °C e in provincia di Napoli con -16 °C. Gelo anche in Francia, con -17 °C a Marsiglia, e in Spagna, con -10 °C nei dintorni di Barcellona a seguito di un accumulo di quasi 50 cm di neve nei giorni precedenti. Nel frattempo, nel corso della giornata si verificò un graduale aumento della nuvolosità sulle Alpi occidentali e sulla Riviera ligure di ponente, per l’avvicinarsi di un nuovo corpo nuvoloso sui cui effetti nei giorni successivi le previsioni erano discordanti: alcuni modelli prevedevano l’arrivo di un’altra massa d’aria fredda con nevicate in pianura su tutta la penisola, altri prevedevano la risalita di aria calda con un sensibile aumento delle temperature e precipitazioni nevose soltanto dalle quote collinari in su.

Il 13 gennaio l’attesa perturbazione giunse sull’Italia. Mentre la Sardegna era già uscita dalla morsa del gelo e nella vicina Corsica i venti di scirocco facevano salire le temperature fino ai 15 °C di Ajaccio e ai 10 °C di Bastia, a Bologna la minima era di -14 °C e a Milano di -12 °C. La mattina si toccò, in una frazione di Molinella (San Pietro Capofiume) in provincia di Bologna, quella che sarebbe stata la temperatura più bassa toccata in Pianura Padana durante l’inverno: -28,8 °C. Ricominciò a nevicare su tutta la Toscana centro-settentrionale: a Firenze 8 cm di neve con la minima di -13 °C, a Pisa 5 cm di neve con la minima di -9 °C. Tuttavia, la precipitazione cominciò a rallentare d’intensità e, spostandosi verso la zona meridionale della regione e il Lazio, iniziava addirittura a cadere sotto forma di pioggia (in serata massima di 9 °C a Grosseto). Nel frattempo, le nevicate si spostavano sulla Liguria e su tutta la pianura padana, fino ad allora poco interessata.

14-17 gennaio: nevicate eccezionali sull’Italia settentrionale e piogge intense al centro-sud

Il 14, il 15, il 16 gennaio si scatenò sull’Italia settentrionale, per l’azione di un ciclone centrato sul mare della Corsica che fece strisciare aria calda africana sopra l’aria fredda presente al suolo, un’autentica bufera di neve, considerata dagli abitanti come la “nevicata del secolo”. Nei primi due giorni caddero 30 cm di neve a Verona, 40 cm a Udine, 55 cm Vicenza, 60 cm a Belluno, 62 cm a Varese e 65 cm a Como; la sera c’erano 70 cm a Milano e addirittura 130 cm a Trento, mentre l’alta Valtellina con Bormio (dove a fine mese si sarebbero svolti i mondiali di sci) non vedeva ancora un fiocco. Intanto era già iniziato il riscaldamento che aveva già portato piogge in Toscana e nel Veneto, ma la neve continuò a cadere in alcune zone anche il giorno successivo, portando l’accumulo totale a 100 cm a Milano, 110 cm a Como e a 150 cm a Trento. Sulle regioni centro-meridionali furono invece le abbondanti piogge, anche a carattere temporalesco, a caratterizzare lo scenario meteorologico, monitorato continuamente dagli esperti per il rischio alluvioni, amplificato dallo scioglimento delle nevi precedentemente accumulate.

L’eccezionalità del gennaio 1985 può essere evidenziata sia nei valori minimi di temperatura raggiunti che, per molte località, sono i primati storici, sia per le nevicate che hanno interessato zone dove tali eventi sono più unici che rari. Nel nostro centro-sud, le nevicate in pianura e lungo le fasce costiere interessano solitamente il versante adriatico e il sud peninsulare durante la discesa di aria fredda da nord-est, mentre il versante tirrenico centro-settentrionale rimane riparato dallo spartiacque appenninico che lascia il cielo sereno o poco nuvoloso con venti sostenuti di tramontana o grecale. Per assistere alle nevicate in pianura sul versante occidentale, deve verificarsi una situazione eccezionale come quella del gennaio 1985, con l’aria calda proveniente da ovest o da sud che scorre sopra la preesistente aria gelida al suolo. In queste condizioni, le temperature si mantengono prossime allo zero sia al livello del mare dove tende a scendere l’aria gelida, che alle quote superiori dove l’aria calda fa risalire le temperature che altrimenti sarebbero di gran lunga inferiori. Questa situazione, grazie anche all’umidità del Mediterraneo, determina nevicate intense a tutte le quote, pianure comprese.

Vostok II 78° S – La base Sovietica nell’Antartide

La base permanente Vostok II sorge nel cuore del Plateau Antartico (78°28′ S 106°48′ E  / 78.467° S 106.8° E / -78.467; 106.8 a quota 3.488 m), in una zona in cui la calotta glaciale raggiunge i 3.700 m circa di spessore all’interno del territorio antartico australiano. Realizzata dai sovietici in occasione dell’Anno geofisico internazionale a 1.410 km dalla base Mirny, 1.260 km dalla più prossima linea costiera, 1.280 km dal Polo Sud e 1.310 km dalla stazione McMurdo, fu aperta il 16 dicembre 1957. La sua operatività ha subito quattro interruzioni: dal gennaio 1962 al gennaio 1963, dal febbraio al novembre 1994, dal gennaio al dicembre 1996, dal febbraio 2003 al febbraio 2004: il che non consente di disporre di un archivio meteorologico completo, anche se sono state proposte alcune ricostruzioni per i periodi mancanti, calcolate per estrapolazione. Per la sua ubicazione, con Amundsen-Scott rappresenta il più importante centro di studio del clima antartico.

A Vostok, la notte polare va dal 23 aprile al 21 agosto, il giorno polare dal 21 ottobre al 21 febbraio. La temperatura media annua (1958-2006, con interruzioni) è di -55,3 °C (deviazione standard: 0,8 °C), la più bassa documentata sulla Terra. Il mese più caldo è dicembre (-31,9 °C), il più freddo agosto (-68,0 °C); nel semestre invernale, però, per tutti i mesi da aprile a settembre sono stati registrati casi in cui la media è scesa sotto i -70 °C (Kernlose winter), con un minimo di -75,4 °C nell’agosto 1987. L’evoluzione del clima su base decennale, analizzata sull’unico trentennio disponibile in modo completo, è stata la seguente (media annua):

  • 1964-73 -55,38 °C
  • 1974-83 -55,26 °C
  • 1984-93 -55,24 °C

Si nota un lieve incremento termico, che pare in atto anche nel XXI secolo.Indicata come Polo del freddo terrestre, nel corso della sua storia operativa Vostok ha registrato una temperatura massima di -12,2 °C (11 gennaio 2002), mentre è detentrice del record mondiale di temperatura minima, di cui si elencano i dieci valori più bassi (graduatoria non definitiva, poiché le ricerche d’archivio proseguono):

  • 21 luglio 1983  -89,2 °C
  • 24 agosto 1960  -88,3 °C
  • 25 agosto 1958  -87,4 °C
  • 8 agosto 1958  -85,8 °C
  • 9 settembre 1998  -85,6 °C
  • 7 agosto 1958  -85,5 °C
  • 7 agosto 2005  -85,4 °C
  • 10 settembre 1998  -85,1 °C
  • 27 luglio 1986  -84,8 °C
  • 1 settembre 1987  -84,8 °C

Si può notare come gli estremi vengano spesso toccati nei giorni seguenti il termine della notte polare (21 agosto), in accordo con le caratteristiche messe in luce dalle ricerche di micrometeorologia nel clima antartico. Date le caratteristiche dell’Antartide, risulta inutilizzabile ogni formula di classificazione delle precipitazioni (pluviofattore di Lang, indice di aridità De Martonne, indice di Crowther); tuttavia, l’indicazione empirica secondo cui un’area è qualificata come desertica se soggetta a precipitazioni medie annue inferiori a 150 millimetri, rende Vostok paragonabile alle più aride località del mondo. Secondo i dati d’archivio (1958-2004), la media si attesta a 19,9 mm. In 492 mesi rilevati (fino al 2004) se ne contano 102 (20,7% dei casi) con assenza di precipitazioni; si rintracciano due serie di undici mesi consecutivi a 0,0 millimetri (marzo 1982 – gennaio 1983; ottobre 1991 – agosto 1992; ai dieci mesi marzo – dicembre 1995 è seguita l’interruzione delle osservazioni). Il mese in cui, più di frequente, non si osservano precipitazioni, è dicembre (media 0,6 mm); all’opposto, maggio (2,6 mm) è il meno arido. I mesi con più precipitazioni sono comunque quelli invernali. Date le basse temperature e l’umidità relativa ridotta, ci si attenderebbe il contrario; ma questo regime è determinato da un’attività ciclonica più intensa d’inverno, quando l’ingerenza delle correnti umide oceaniche si fa strada all’interno del continente. Le precipitazioni di Vostok sono classificate per cadute di neve (in media 26 giorni all’anno), aghi di ghiaccio (247 giorni) e brina (225 giorni), in molti casi in quantità così esigue da non essere rilevabili. Occorre comunque aggiungere che le misure sono rese difficoltose dalla forza del vento. Gli estremi annui, vanno da 0,2 millimetri (1982 e 1995) a 66,4 millimetri (1958). Il mese più abbondante, invece, è stato il giugno 1958 (18,6 mm).

Vostok, dislocata in cinque edifici, occupa un’area di circa 2.500 m², di cui 1.000 m² di ambienti e può ospitare fino a un massimo estivo di 25 persone; d’inverno, in media sono 13. Per la sua operatività annuale occorrono 170.000 kg di carburante e 400 m3 d’acqua, ottenuti per scioglimento della neve. Vostok fa parte della rete dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale: il codice identificativo è 89606.

Anticiclone Scandinavo – L’alta pressione del Nord

L’anticiclone scandinavo è una struttura di alta pressione dinamica che si localizza nell’area dell’Europa settentrionale attorno alla Scandinavia. L’anticiclone scandinavo trae origine dal prolungamento dell’anticiclone delle Azzorre, a seguito della sua estensione verso l’Oceano Atlantico settentrionale, il Mare del Nord e la Penisola scandinava fino al Circolo Polare Artico. Se viene a formarsi una lacuna barica nel Mare del Nord (a ovest della Norvegia o tra le coste norvegesi sud-occidentali e quelle britanniche nord-orientali) durante lo stazionamento dell’alta pressione delle Azzorre nella suddetta configurazione, la possente ed estesa struttura anticiclonica tende a fratturarsi in due distinte aree di alta pressione: l’area sud-occidentale principale, l’anticiclone delle Azzorre, inizia a ritirarsi verso l’Oceano Atlantico, mentre quella nord-orientale di neogenesi, l’anticiclone scandinavo, si posiziona nell’area attorno alla Scandinavia, creando una situazione di blocco nell’Europa settentrionale.

La formazione di questa area anticiclonica dinamica richiama, per certi versi, il fenomeno del cut off delle aree di bassa pressione. L’anticiclone scandinavo si forma, generalmente, nei mesi invernali e, con minore probabilità, in alcuni periodi delle stagioni primaverili ed autunnali; più rara, ma non impossibile, una sua presenza durante l’estate. Nei mesi freddi dell’anno, l’anticiclone scandinavo determina la discesa di aria fredda verso i paesi dell’Europa centro-orientale, da dove entra nel Mediterraneo prevalentemente attraverso la porta della bora, con conseguente diminuzione delle temperature sull’Italia e tempo generalmente nevoso anche a quote molto basse lungo i rilievi alpini settentrionali, lungo il versante appenninico orientale, sulle aree del medio-basso Adriatico e al Sud peninsulare (l’Italia settentrionale e le regioni del medio-alto versante tirrenico vedono generalmente cieli sereni con venti forti del primo quadrante).

Nei mesi caldi dell’anno, la presenza dell’anticiclone scandinavo, seppur più rara, determina tempo stabile e temperature molto elevate nell’Europa settentrionale (prossime ai 35 °C di massima ma con elevata escursione termica giornaliera) e la discesa di aria fresca nelle medesime zone dell’Europa centro-orientale e meridionale dove, però, tende ad accentuare i fenomeni temporaleschi termoconvettivi nelle ore pomeridiane e serali, portando moderate e temporanee diminuzioni di temperatura soltanto in concomitanza e nelle aree interessate dalle precipitazioni.

Sia nei mesi freddi che in quelli caldi, risultano minime le probabilità in cui l’aria fredda, sospinta dall’anticiclone scandinavo verso il Mediterraneo, possa entrare attraverso la porta del Rodano. In tal caso si verificherebbe una conseguente ciclogenesi sui mari ad ovest della penisola italiana che determinerebbe nevicate a quote molto basse anche sui versanti occidentali italiani durante la stagione invernali e tempo perturbato con intensi e diffusi rovesci di pioggia nelle altre stagioni.

Murmansk 68° N – Una metropoli nel Circolo Polare Artico

Murmansk è una città nell’estrema parte nord-occidentale della Russia, porto di mare sul Golfo di Kola, a 32 km dal Mare di Barents, sulla costa settentrionale della Penisola di Kola, non lontano dal confine russo con la Norvegia e la Finlandia; è capoluogo dell’Oblast’ omonima. La città è un importante base navale; il porto rimane libero dai ghiacci per tutto l’anno, grazie alla Corrente del Golfo. Murmansk è la più grande città del mondo posta all’interno del Circolo polare Artico

Murmansk si trova nell’estremo nord della Russia occidentale vicino al confine finlandese e 200 chilometri oltre il Circolo Polare Artico. Coordinate: N 68°58′– E 033°03’0″.  Significa che nessun’ altra grande città al mondo sorge più a nord. Murmansk è raggiungibile con diversi voli di linea, ad esempio partendo da Monaco di Baviera e cambiando a San Pietroburgo. Murmansk è una città giovanissima, costruita nel 1917 per motivi militari, strategici ed economici. Fino a pochi anni fa contava 500 mila abitanti, scesi ultimamente a 360 mila. Il suo (gigantesco) porto, lambito dalla corrente calda del Golfo, è sempre libero dai ghiacci e agibile tutto l’anno; garantisce quindi i collegamenti e trasporti verso est (Siberia) e verso ovest (Europa, fino agli Stati Uniti). È base dei famosi rompighiaccio atomici e dei (temuti) sommergibili ad energia nucleare il cui ruolo è stato fondamentale fino agli ultimi anni ’80 e soprattutto durante il periodo della “guerra fredda”, ma è andato calando con l’avvio della perestroika. È evidente che la città è stata costruita senza problemi di spazio. I suoi parchi ricoperti di neve permettono di praticare comodamente lo sci: una pista di fondo proprio davanti al portone di casa! Il sottosuolo è ricco di grandi riserve di minerali non ferrosi, rame, nikel, metalli nobili, alluminio, fluorite, titanio. Rappresentano una grande ricchezza per la Russia e per tutto il mondo. Poco a nord, nel mare di Barents, sono stati localizzati importanti giacimenti petroliferi. La grande centrale atomica di Kola fornisce energia elettrica a buon prezzo anche in Finlandia e Norvegia. A Murmansk si fermano tutte le principali vie di comunicazione, ferrovia compresa. L’aeroporto pertanto è strategico. Vi atterrano generalmente i trimotori Antonov 154.

La città, inizialmente nota come Romanov-sul-Murman venne fondata nel 1915, quando venne costruita la linea ferroviaria verso Kola, e prese il nome dalla dinastia reale russa dei Romanov. La città venne ribattezzata Murmansk dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Dal 1918 al 1920, la città venne occupata militarmente dalle potenze occidentali alleate della prima guerra mondiale e dai “Bianchi” durante la guerra civile in Russia. Durante la seconda guerra mondiale, Murmansk fu per l’Unione Sovietica un collegamento vitale con il mondo occidentale, e un vasto commercio con gli Alleati, in particolare gli USA, di beni importanti per i rispettivi sforzi bellici passarono dal suo porto. Si trattava principalmente di prodotti finiti che arrivavano in Unione Sovietica e di materie prime che ne uscivano. Le forze tedesche lanciarono un’offensiva contro la città nel 1941, ma di fronte alla tenace resistenza sovietica, non riuscirono né a prendere la città né a isolare la vitale ferrovia careliana. Questa resistenza venne infine (1985) riconosciuta dalle autorità dell’Unione Sovietica, con la designazione formale di Murmansk come città eroina. Durante la Guerra Fredda Murmansk fu il centro dell’attività sottomarina sovietica, e anche dopo il dissolvimento dell’URSS, rimane il quartier generale della Flotta Russa del Nord e della flotta di rompighiaccio nucleari.

L’importante porto di Murmansk è libero dai ghiacci anche in inverno è fa registrare medie sotto i -10° nei mesi più freddi, salendo a -1,6° in aprile e 12,6° in luglio, per tornare a 0,9° in ottobre. Media annua di 0,0°, 6 i mesi con temperature negative. Le precipitazioni, praticamente sempre nevose da novembre ad aprile, ma con frequenti episodi di neve anche in maggio e ottobre (non è raro vedere la Dama Bianca anche a inizio giugno e dopo la metà di settembre), ammontano a 491 mm/anno, con minimo in tardo inverno (marzo 19 mm, aprile 20, febbraio 22) e massimo in estate (agosto 79 mm, luglio 61). Per quanto riguarda l’estate Murmansk raramente raggiunge i 30°C, che vengono superati, in occasione di avvezioni calde, con relativa frequenza e anche di slancio nelle varie Onega, Kotlas e Perm.

A) Temperatura media annua: 0,2 °C

B) Temperatura media del mese più freddo (gennaio): -10,3 °C

C) Temperatura media del mese più caldo (luglio): 12,7 °C

D) Massima temperatura registrata: 32.9 °C

E) Minima temperatura registrata: -39.4 °C

F) Precipitazioni medie annue: 413 mm