Archivio per novembre, 2010

Anticiclone Subtropicale Africano – Il ruggito dell’Africa

L’Anticiclone subtropicale africano è un’area di anticiclonica di natura subtropicale continentale, che interessa in modo pressoché permanente tutta l’area dell’Africa settentrionale occupata dal deserto del Sahara, dove garantisce una continua e persistente stabilità atmosferica. Le sue caratteristiche sono principalmente identificabili negli elevati valori di geopotenziale, soprattutto durante i mesi estivi, mentre la pressione al suolo non presenta valori particolarmente alti, visto che l’area in cui insiste presenta temperature solitamente elevate.

Come ogni area di alta pressione, anche l’Anticiclone subtropicale africano possiede i suoi meccanismi dinamici che possono portarlo ad espandersi verso nord, raggiungendo le coste maghrebine. Quando si forma una lacuna barica iberico-marocchina tra le isole Canarie, il Marocco e la Penisola iberica, si innesca un’ulteriore espansione di questa area di alta pressione verso nord che raggiunge così il bacino del Mediterraneo e l’Europa meridionale, dove spesso può fondersi con l’Anticiclone delle Azzorre. La risalita verso nord dell’anticiclone subtropicale africano fino al Mediterraneo, determina la formazione di un promontorio di alta pressione, comunemente chiamato anche gobba di cammello. In Italia, questo scenario determina stabilità atmosferica con valori di temperatura molto gradevoli nella stagione invernale, un po’ di caldo nelle ore centrali della giornata se questa situazione si verifica nelle mezze stagioni.

Molto più complesse sono le conseguenze quando questa configurazione si presenta nella stagione estiva. Le correnti calde provenienti dal Sahara, oltre a portare un sensibile aumento delle temperature oltre la media con valori elevatissimi nelle pianure e nelle valli interne, attraversando il Mediterraneo si caricano di umidità, determinando condizioni di caldo afoso e grosso disagio per tutti i soggetti, con livello di rischio molto elevato soprattutto per gli anziani.

Durante la stagione estiva, la presenza stabilizzante dell’anticiclone subtropicale africano, che è sempre accompagnata da elevatissimi valori di altezza geopotenziale, è responsabile dei periodi di stabilità atmosferica diffusa con temperature superiori alla media e valori di umidità relativa diurni piuttosto bassi se non vi è la contemporanea espansione al suolo dell’anticiclone delle Azzorre dalle caratteristiche subtropicali oceaniche. La presenza dell’anticiclone subtropicale africano è riconoscibile dalla pressoché totale assenza di attività cumuliforme nelle zone interne, per l’elevata stabilizzazione atmosferica che si verifica a tutte le quote, impedendo di fatto infiltrazioni di aria fredda che possano contrastare con il sollevamento dell’aria calda susseguente all’intenso riscaldamento del suolo; in inverno, invece, la sua espansione verso nord è più rara e può determinare la formazione di nubi basse.

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Deserto del Sahara 23° N – Il più grande deserto della Terra

Il Deserto del Sahara è il più vasto deserto della Terra, con una superficie di 9.000.000 chilometri quadrati. Attraversato dal Tropico del Cancro (23°27′ latitudine nord), si trova nell’Africa settentrionale, tra 16° di longitudine ovest e 35° longitudine est. Si estende dall’Oceano Atlantico al Mar Rosso per una lunghezza di circa 4000 km, con l’unica interruzione della Valle del Nilo, e per una larghezza 1500-2000 km dal Mediterraneo fino alle regioni centrali dell’Africa, dove il passaggio da deserto a savana è a volte assai incerto e stabilito da fattori di ordine climatico. Il Sahara non ha un aspetto uniforme, si identificano infatti diversi tipi di paesaggio: l’hammada, deserto di roccia nuda, liscia, incisa e lavorata dai venti che forma acute e taglienti schegge, il serir, formato da uno strato di ciottoli e ghiaia e l’ erg, chiamato anche idean, nel Sahara centrale, formato dalle caratteristiche dune di sabbia. Nel Sahara mancano totalmente corsi d’acqua e quindi l’idrografia è rappresentata da una rete di valli disseccate e di fiumi fossili orientati verso il Niger, il Ciad, e il Nilo, nei quali scorre l’acqua solo in caso di piogge eccezionalmente abbondanti. Ricchissima è invece la circolazione sotterranea alimentata da numerose falde poste a diverse profondità che danno origine alla grande maggioranza delle oasi.

La caratteristica fondamentale del Sahara è la siccità: le precipitazioni sono ben al di sotto dei 100 mm annui. Elevatissima è l’evaporazione, fortissimo il riscaldamento diurno e intensa l’irradiazione notturna che provocano ampie oscillazioni termiche (fino a 25°C – 30 °C).Le temperature diurne raggiungono punte molto alte, mentre le piogge, soprattutto in alcune regioni, mancano del tutto. Una particolarità del clima del Sahara sono i venti desertici, che prendono vari nomi: ad esempio simùn, harmattan, khamsin, ghibli. Il 18 febbraio del 1979 per mezz’ora il Sahara vide la neve. Il trasferimento di materiale desertico verso l’Europa è uno dei fenomeni più caratteristici del Sahara, e produce effetti facilmente constatabili, come ad esempio la presenza di sabbia in un vento di scirocco oppure le piogge “rosse” o infine l’apporto di elementi come il ferro e il fosforo che inducono la crescita di alghe marine, e persino in grado di apportare alterazioni nell’ambiente.

Le cause del trasporto di polvere verso l’Europa sono fondamentalmente due: una è diretta e avviene a causa di una pressione sulla Spagna e sulla Francia che spinge l’aria calda e secca dal Nord Africa verso il mediterraneo; talvolta questa corrente di aria viene sollevata al di sopra di quella mediterranea, più fredda, e riesce in questo modo a raggiungere distanze lontane, fino all’Europa del Nord; il trasferimento indiretto avviene quando in un primo tempo la sabbia viene deviata verso est a causa di una depressione o verso ovest a causa di un anticiclone, e in un secondo tempo ritorna verso il centro del Mediterraneo. Il fenomeno delle “polveri sahariane” è un campanello di allarme sull’incidenza negativa, anche dell’uomo, sull’ambiente e sul clima, dato che si ipotizza che il 50% delle polveri provenga da territori “alterati” a causa dell’erosione, dello sfruttamento e della deforestazione.  La flora del Sahara non è molto varia; in alcune zone la vita vegetale manca completamente, in altre la vegetazione ha subito alcune variazioni che la hanno resa adatta a sopportare il clima della regione. L’estremità meridionale è ricoperta da savane, quella settentrionale da steppa mediterranea.

Da un punto di vista etnico, il Sahara rappresenta la zona di separazione tra la etnia bianca dell’area mediterranea e quella nera dell’Africa centrale, che tuttavia, con continue correnti migratorie, si sono spesso fuse fra loro. Popoli caratteristici del Sahara sono i Tebu, assai ridotti numericamente e stanziati nel Sahara centrale, dall’oasi di Cufra fino al Tibesti, e i Tuareg, nomadi, dell’Algeria meridionale e del Fezzan libico. Nelle oasi settentrionali vivono Berberi e Arabo-Berberi sedentari e in quelle meridionali anche gruppi di Sudanesi. La densità della popolazione del Sahara è molto varia e mentre vastissime aree sono disabitate, nelle oasi si raggiungono i massimi valori.

La scoperta nel sottosuolo del Sahara di ingenti ricchezze minerarie ha cambiato radicalmente l’economia dei paesi sahariani. I principali prodotti sono: minerali di ferro e rame nel Sahara occidentale, giacimenti petroliferi e metaniferi nel Sahara centrale, e infine, cromo, manganese, platino, diamanti e sodio. La scoperta di idrocarburi ha portato alla costruzione di numerosi oleodotti per il loro trasporto fino ai centri di raffinazione e di imbarco, ponendo al fianco dei tradizionali prodotti dell’agricoltura (datteri) e della pastorizia (pelli) quelli del sottosuolo. I trasporti attraverso il deserto, un tempo molto ardui e faticosi, affidati unicamente alle carovane che portavano ai paesi mediterranei prodotti ricercatissimi provenienti dall’Africa centrale (avorio, penne di struzzo, schiavi), sono ora risolti grazie alle linee aeree, mentre poco sviluppate sono le comunicazioni ferroviarie e quelle stradali che seguono le antiche carovane.

Anticiclone delle Azzorre – L’alta pressione subtropicale

L’Anticiclone delle Azzorre è un’area di alta pressione di origine subtropicale oceanica, generalmente sempre presente sull’Oceano Atlantico settentrionale con il suo massimo di pressione mediamente in prossimità delle omonime isole. La sua origine deriva dalla circolazione atmosferica stessa che produce in corrispondenza di tali latitudini una fascia di alte pressioni semi-permanenti su ciascun emisfero come risultato della subsidenza atmosferica della Cella di Hadley intertropicale. Questa area di alta pressione, in base ai suoi spostamenti e alle sue espansioni, condiziona la scena meteorologica dell’intero continente europeo. L’anticiclone, infatti, può espandersi sia in senso meridiano verso il Mediterraneo che in senso latitudinale spingendosi verso il Circolo Polare Artico, in stretta relazione con gli spostamenti della Depressione d’Islanda.

Nella stagione estiva, l’anticiclone si espande verso est interessando tutto il bacino del Mediterraneo, gran parte dell’Europa continentale e la parte meridionale dell’Inghilterra. Il suo bordo meridionale spesso si fonde con l’Anticiclone subtropicale africano che, a periodi alterni, si spinge verso nord interessando l’Europa Meridionale generando ondate di calore. In questa situazione, le condizioni atmosferiche risultano stabili con situazioni di caldo moderato e persistente in gran parte dell’Europa centro-meridionale, dove però possono verificarsi locali fenomeni temporaleschi termoconvettivi ad evoluzione diurna quando in quota transita aria fredda che, scontrandosi con l’aria calda che si solleva a seguito dell’intenso riscaldamento, produce intensa convezione.

Il bordo settentrionale e quello orientale dell’anticiclone risultano maggiormente insidiabili dalle perturbazioni atlantiche che vengono convogliate verso il continente europeo dalla depressione d’Islanda, tendendo a muoversi da nord-ovest verso sud-est. Le zone che risultano essere pertanto maggiormente influenzate dalla variabilità meteorologica dovuta al transito delle perturbazioni sono le isole britanniche, la parte centro-settentrionale dell’Europa continentale, l’Arco Alpino, l’Italia settentrionale, il medio-alto versante adriatico e la Penisola balcanica centro-settentrionale. Mediamente, in queste aree transita una perturbazione alla settimana che tende a far diminuire temporaneamente le temperature e al contempo impedire prolungati periodi siccitosi estivi.

Al contrario, la Penisola iberica, la Francia meridionale, le Baleari, la Corsica, la Sardegna, la Sicilia la fascia costiera della Maremma grossetana e della Maremma laziale, le estreme zone meridionali dell’Italia, la Grecia e tutta l’Africa settentrionale risultano interessate in modo quasi persistente dall’Anticiclone delle Azzorre, o dall’Anticiclone subtropicale africano che spesso si intersecano tra loro proprio in queste posizioni; consegue per tutte queste aree un clima estivo caratterizzato da siccità prolungata e da condizioni strutturali di aridità. Eccezionalmente, si sono verificate però stagioni estive in cui l’anticiclone, anziché entrare nel Mediterraneo, ha assunto in modo persistente un’estensione in senso meridiano, come nel 1975, 1976, 1989 e 2002, con la formazione di un quasi persistente anticiclone scandinavo, in continuo ricongiungimento con quello delle Azzorre, che in quegli anni ha determinato stabilità atmosferica e siccità in Scandinavia e nell’Europa settentrionale, mentre forti temporali e piogge abbondanti colpivano l’Europa meridionale e l’intero bacino del Mediterraneo.

Durante i periodi prolungati di tempo stabile, è riconoscibile la presenza dell’azione stabilizzante dell’anticiclone delle Azzorre quando si verifica un moderato sviluppo di nubi cumuliformi ad evoluzione diurna nelle zone interne, più accentuato sui rilievi collinari e montuosi, che risentono delle leggere infiltrazioni in quota che possono penetrare all’interno dell’area di alta pressione, dal bordo settentrionale o da quello orientale che, generalmente, risultano quelli più deboli. Nelle stagioni intermedie, l’Anticiclone delle Azzorre alterna temporanee espansioni simili a quelle della stagione estiva a periodi di completa ritirata nell’Oceano Atlantico o disposizioni in senso meridiano verso la Groenlandia, le isole britanniche e la Scandinavia che in entrambi i casi determinano, per l’Europa centro-meridionale e per il bacino del Mediterraneo, condizioni di variabilità, a tratti perturbata.

Più complessa risulta la stagione invernale, quando l’Anticiclone delle Azzorre può sia rimanere in Oceano Atlantico, sia posizionarsi in senso meridiano, determinando la formazione dell’anticiclone scandinavo o fondendosi ad alte latitudini con l’Anticiclone russo-siberiano che, espandendosi verso sud-ovest, porta venti forti nord-orientali verso il Mediterraneo. In questo caso spesso si formano depressioni sul basso Tirreno, che determinano condizioni di tempo molto perturbato su tutta l’Italia meridionale e sul medio-basso versante Adriatico, dove spesso può nevicare anche in pianura e lungo le coste, mentre in questo scenario l’Italia settentrionale, la Toscana, l’alto Lazio e parte della Sardegna si ritrovano riparate dalle Alpi e dagli Appennini e sono interessate da giornate ventose con cielo sereno e terso. Altre volte, invece, l’alta pressione delle Azzorre riesce ad espandersi per alcuni giorni verso l’Europa e verso il Mediterraneo, garantendo condizioni di stabilità ed assenza di vento, con formazione di nebbie nelle pianure e nelle valli interne.

Anticiclone Russo-Siberiano – L’Orso Polare

Con il nome di anticiclone russo-siberiano si indica, in meteorologia e climatologia, una figura di alta pressione termica di natura artica-continentale, che si origina nella stagione invernale nella zona compresa tra Russia europea, Siberia e Mongolia. La sua genesi è da ricercarsi nel fortissimo raffreddamento subito in inverno da queste terre, data la lontananza dai mari e la scarsissima insolazione (l’intera zona è situata a latitudini piuttosto settentrionali). Con l’arrivo della primavera le condizioni favorevoli alla sua persistenza vengono a mancare, provocando la sua dissoluzione e la sua sostituzione con figure di bassa pressione. Questa figura anticiclonica determina in maniera preponderante il tempo invernale in una vastissima area del continente eurasiatico: oltre alle zone direttamente interessate, influisce costantemente su tutto l’estremo oriente asiatico (fino a latitudini molto basse) e, più raramente, sull’Europa (specialmente quella orientale) portando tempo molto freddo e generalmente secco; dove le masse d’aria fredda incontrano ostacoli si hanno invece abbondanti nevicate.

I record mondiali di pressione e di temperature minime si riscontrano nelle zone interessate da questa figura pressoria; l’attuale record pressorio fu osservato in Mongolia il 18 dicembre 2001, quando si toccarono i 1.085,6 hPa, mentre il primato del freddo è conteso fra le località jacute di Verchojansk e Ojmjakon, dove il termometro può sprofondare fino a temperature ben inferiori ai 60 °C sotto lo zero, anche se la reale entità dei record raggiunti è controversa.  Anche sulla parte centro-settentrionale dell’America Settentrionale (Grandi Pianure di Canada e Stati Uniti) si forma una figura analoga; date le minori dimensioni continentali americane, però, questo anticiclone non raggiunge l’importanza del suo omologo eurasiatico.

L’ultimo vero “orso”, ovvero l’Anticiclone russo-siberiano, che ha interessato l’Italia risale al febbraio 1991 e gennaio 1993 con effetti simili a quelli già citati, sebbene in tono leggermente minore. Negli ultimi anni questa figura barica è assolutamente latitante in Europa e, in alcuni inverni, fatica a strutturarsi persino sulla Siberia orientale, il luogo dal clima più continentale dell’intero emisfero boreale. Le cause sono molteplici e ancora da definire nella loro interezza. Certamente il Global Warming sta giocando un ruolo fondamentale non tanto per l’incremento termico avvenuto a partire dagli anni ’80 quanto per una mutata dinamica atmosferica.  In primo luogo il Vortice Polare sta subendo una forte contrazione ed è relegato a latitudini sempre più settentrionali. In questo modo l’aria freddissima in quota non riesce più a penetrare in maniera decisa sulla Siberia inibendo anche il raffreddamento al suolo. Anche qualora l’”orso” riesca a impossessarsi della Siberia, difficilmente riuscirà a valicare gli Urali poiché il mite flusso oceanico è relegato a latitudini molto più settentrionali, rispetto a decenni or sono, sempre a causa della minor estensione del Vortice Polare. Le correnti occidentali più calde, quindi, impediscono all’aria fredda di avanzare ulteriormente verso ponente. Va inoltre considerato che spesse volte l’Anticiclone delle Azzorre tende a distendersi sull’Oceano Atlantico determinando ampie zone depressionarie sul Mare del Nord e sulla penisola Scandinava che instaurano forti correnti occidentali in grado di respingere l’aria fredda molto a levante.

In conclusione, possiamo analizzare sinteticamente quali sono le condizioni che si devono verificare affinché si possano verificare le condizioni per precipitazioni nevose di una certa rilevanza nella nostra zona:

1) è necessario che si formi un vero e proprio “blocco” delle correnti occidentali (miti e umide) provenienti dall’Oceano Atlantico;

2) espansione dell‘Anticiclone Russo–Siberiano verso ovest e precisamente verso la catena dei Balcani e l’Italia;

3) deve crearsi una zona di bassa pressione nel Mare Ionio.

In presenza di queste condizioni, mentre tutta l’Italia settentrionale e centrale (occidentale) sarà “solo” battuta da forti e impetuosi venti di tramontana che faranno scendere di parecchi gradi le temperature, le regioni centro meridionali saranno alle prese con temperature rigidissime, vere e proprie tempeste di neve (accompagnate dal vento di Burian, il vento della steppa russa) e centimetri su centimetri di neve. 

Depressione d’Islanda – Il ciclone subpolare

La Depressione d’Islanda, detta anche ciclone subpolare, è un’area di bassa pressione che staziona in modo quasi permanente nell’Oceano Atlantico settentrionale, presso l’omonima isola. La sua gemella posta sull’Oceano Pacifico settentrionale è la Depressione delle Aleutine. L’area ciclonica è uno dei centri motori delle perturbazioni di origine atlantica che raggiungono il continente europeo; con la sua azione condiziona, pertanto, il clima e le condizioni meteorologiche di una vasta area dell’emisfero boreale. La sua posizione, a sud del vortice polare, può variare nelle singole stagioni, pur rimanendo comunque generalmente compresa tra il 55º e il 70º parallelo nord, mentre a livello longitudinale i limiti rientrano tra l’11º meridiano est e il 61° ovest, con valori minimi di pressione oscillanti mediamente, al centro del vortice, tra i 990 e i 1000 hPa: mentre i valori isobarici minimi vengono solitamente registrati in inverno, quelli massimi tendono a registrarsi in primavera.

Non è infrequente la fusione, seppur temporanea, tra la bassa pressione d’Islanda e il vortice polare in un’unica grande area depressionaria. In tal caso, la saccatura ciclonica tende a far assumere la disposizione meridiana al suo asse maggiore, con un affondo in direzione nord-sud. Tale disposizione può determinare l’incremento dell’intensità del flusso zonale della corrente a getto lungo i bordi settentrionali della precedente e della seguente area di alta pressione, tendendo a favorire, attraverso il processo di cut off, il distacco e l’isolamento dell’estremità meridionale della struttura vorticosa. La struttura ciclonica della depressione d’Islanda può uscire temporaneamente dallo scenario meteorologico, in presenza di un’espansione dell’Anticiclone delle Azzorre verso latitudini molto settentrionali; in tal caso, la depressione può spostarsi verso ovest in pieno oceano con movimento retrogrado, oppure essere spinta ulteriormente verso nord dalla risalita anticiclonica, fino a diventare parte integrante del vortice polare.

Mentre la sua intensità è rimasta costante nel tempo, la posizione, pressoché immutata negli ultimi 2 secoli, ha comunque subito un lieve spostamento del minimo verso sud-ovest tra il 1870 e il 1890 e tra il 1910 e il 1930. Ulteriori lievi spostamenti verso sud si sono registrati nelle stagioni invernali tra il 1949 e il 1971, per poi tornare gradualmente alla posizione originaria dal 1982 in poi. Più significativo risulta invece lo spostamento verso est nella stagione estiva, che ha avuto inizio dal 1972 in poi.

L’indice NAO (North Atlantic Oscillation) è un indice calcolato in base alle differenze di pressione atmosferica che si registrano, in pieno Oceano Atlantico, tra il minimo barico della depressione d’Islanda e i massimi altopressori dell’Anticiclone delle Azzorre. Vengono, quindi, misurati gli scarti che si verificano nell’arco di un intero anno, rispetto dal valore medio di riferimento, convenzionalmente stabilito in base alle medie pluriennali del passato. Una NAO positiva è caratterizzata da un valore medio di pressione superiore a quello di riferimento, con depressione d’Islanda caratterizzata da un minimo barico più profondo e un anticiclone più potente gli per elevati valori altopressori, una NAO negativa si riscontra con depressione meno attiva e anticiclone meno potente.

Generalmente, in presenza di indice NAO positivo nella stagione estiva si verifica l’espansione verso l’Europa dell’Anticiclone subtropicale africano che genera onde di calore sull’Italia e sull’Europa centro-meridionale, fondendosi talvolta con l’alta pressione delle Azzorre. Nella stagione invernale, invece, l’indice positivo è responsabile di ciclogenesi sull’Europa sud-occidentale e nell’area meridionale del bacino del Mediterraneo per richiamo di aria polare o subpolare. L’indice NAO negativo è generalmente responsabile, invece, di prevalenza del flusso occidentale della corrente a getto, a causa di azioni più deboli sia della depressione d’Islanda che dell’anticiclone delle Azzorre. Possono, così, generarsi aree cicloniche piuttosto estese in Oceano Atlantico, oppure si possono verificare le condizioni ideali all’ingresso di aria umida nel bacino del Mediterraneo, attraverso una delle porte occidentali, con conseguente ciclogenesi secondarie (Depressione delle Baleari, Depressione del Golfo del Leone, ecc.).