Archivio per ottobre, 2010

Fairbanks 64° N – La Corsa all’Oro in Alaska

Fairbanks è la seconda città più grande dello stato americano dell’Alaska. Si estende su una superficie di 84,6 km² e nel 2006 contava 31.142 abitanti (368,1 per km²). Fairbanks è situata nel centro dell’Alaska, rispetto al quale rappresenta l’insediamento più grande e popoloso, secondo nello stato solo ad Anchorage, che sorge però diverse centinai di chilometri più a sud. Il centro è sede del comune di Fairbanks North Star Borough, a sua volta compreso nell’estesa area metropolitana di Fairbanks, la più settentrionale degli Stati Uniti.

Nel 1894, due anni prima della scoperta dell’oro nel Klondike, Felice Pedroni e i fratelli Giovanni e Francesco Dalla Costa d’origine trevigiana si trasferirono nello Yukon (Canada) percorrendo quello stesso tragitto che migliaia di persone avrebbero intrapreso nel 1897 e tumultuosamente nel 1898. Arrivati a Forty Mile (cittadina a poche miglia a Nord di Dawson) la comitiva si sciolse e Pedroni rimase da solo a imparare le tecniche di ricerca.  Nel 1888 divenne cittadino americano col nome di Felix Pedro. Spirito irrequieto, amante dell’avventura, persona intelligente ed estremamente determinato, non sapeva però leggere e scrivere, riusciva solo a fare la propria firma. Nel 1894, quando in una miniera morì un suo caro amico, decise che se doveva rischiare la vita per poco, tanto valeva farlo per molto e così fece la sua scelta: diventare cercatore d’oro. Nel 1896, anno della scoperta nel Klondike, lui che si trovava poco lontano dal luogo, invece di accorrere per accaparrarsi le concessioni minerarie migliori, decise di tentare a Ovest, nell’interno dell’Alaska, zona pressoché inesplorata. Intraprese molte spedizioni in cui si allontanava per molti mesi, non c’erano strade o città, ma solo colline, acquitrini e fiumi. Il 22 luglio del 1902, febbricitante e prossimo alla decisione di abbandonare anche l’ennesima spedizione, decise di andare ad indagare nella valle accanto e lì trovò un ricco giacimento aurifero, da cui nacque la città di Fairbanks (oggi seconda città dell’Alaska). Cosa spinse Pedroni ad intraprendere le ricerche nella semi sconosciuta Alaska, rimane un mistero.

La fondazione di Fairbanks avvenne proprio nell’agosto del 1902, pochi mesi dopo la scoperta, da parte di Felice Pedroni minatore e cercatore d’oro, di una grande vena aurifera, nei pressi della quale furono innalzati i primi edifici. Il nome fu stabilito in ricordo del senatore repubblicano Charles Fairbanks, che prestò servizio durante il secondo mandato del presidente Theodore Roosevelt. Il numero degli abitanti crebbe considerevolmente ed in modo continuo fin dai primi anni seguenti alla fondazione, con migliaia di persone che ogni anno si trasferivano nel gelo dell’Alaska accecati dal fascino che solo l’oro può esercitare (la cosiddetta febbre dell’oro o corsa all’oro). Proprio per questa sua rapida crescita la città si dotò rapidamente di uffici governativi, infrastrutture ed edifici pubblici.

La prima caratteristica che si coglie raggiungendo Fairbanks è la straordinarietà degli scenari paesaggistici, con rocce, neve e ghiaccio che la fanno da padroni per quasi tutto l’anno. Per conoscere meglio la natura della zona bisogna visitare: la White Mountains National Recreation Area, pochi chilometri a nord della città, l’Artic National Wildlife Refuge (ANWR) ed il Gates of the Artic National Park and Preserve. A breve distanza dal centro si trovano anche il Creamer’s Field Migratory Waterfowl Refuge, una grandissima riserva per uccelli istituita nel 1974 e dedicata al noto pioniere locale Charlie Creamer, e la El Dorado Golden Mine, dove vennero estratti i primi filoni d’oro all’inizio del Novecento. Assolutamente straordinario è il fenomeno dell’aurora boreale, che si verifica all’incirca per duecento giorni all’anno fin nelle vicinanze dell’abitato.

Rimanendo all’interno della cerchia urbana, dopo aver passato in rassegna i moderni palazzi di downtown, non si potranno perdere: il campus della University of Alaska Fairbanks, dove si potranno visitare i Georgeson Botanical Gardens, che conservano centinaia di diverse specie vegetali, tra le quali moltissimi fiori, erbe e frutti; il Pioneer Park, che comprende tra gli altri l’Alaska Centennial Center for the Arts, il Tanana Valley Road Museum e la Fairbanks Arts Association; il Growden Memorial Park, dove si pratica uno degli sport più seguiti della zona: il baseball, e la Noel Wien Public Library, la cui collezione conta più di 100.000 testi.

Il clima è subartico, con inverni molto lunghi, che normalmente si protraggono da fine settembre a metà aprile, ed estati decisamente miti per la latitudine. Durante l’inverno le giornate sono fredde ma asciutte, con temperature che mediamente oscillano tra –19°C e –2°C e valori di umidità decisamente bassi. Occasionalmente durante la notte si può precipitare fino a -30/-35 gradi, anche se il record storico fu di – 54°C, valore registrato il 14 gennaio 1934. Le estati sono invece inaspettatamente calde, tanto che in luglio la media delle massime si attesta a 22°C, anche se si verificano spesso fenomeni meteorici estremi e di una certa intensità, come grandinate e fulmini. Le precipitazioni sono diffuse, e si presentano nevose da fine settembre o inizio ottobre fino ad aprile inoltrato, per un totale annuo di oltre un metro e mezzo di neve. Fairbanks ha un clima decisamente continentale. Queste le medie: gennaio -23,3°C, aprile -0,7°C, luglio 16,9°C, ottobre -3,8°C, anno -2,8°C. Precipitazioni: 278 mm/anno, con massimo estivo (agosto 50 mm, luglio 47) e minimo tardo-invernale (aprile 8 mm, marzo 9, febbraio 10).

L’aeroporto è il Fairbanks International Airport, servito da molte delle principali compagnie aeree nazionali, mentre per gli spostamenti a terra si può fare affidamento sull’efficiente sistema autostradale che caratterizza tutta l’Alaska. La città sorge alla confluenza tra Richardson Highway, George Parks Highway, Steese Highway e Elliott Highway, che consentono di raggiungere Anchorage, il Canada e gli altri 48 stati sottostanti. Il servizio di trasporto pubblico è gestito tramite il comune dal Metropolitan Area Commuter System (MACS). Fairbanks è anche la città dove si conclude il viaggio di Christopher McCandless, protagonista del libro e del film “Into the Wild”. McCandless infatti visse gli ultimi mesi della sua vita in un autobus abbandonato, lungo lo Stampede Trail, la linea ferroviaria costruita dai minatori, non lontano da Fairbanks. 

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Il Buran – Il vento gelido delle steppe Siberiane

Il buran è un vento di aria fredda, spesso molto forte, caratteristico delle steppe della pianura sarmatica, ad ovest degli Urali. Ha direzione N-NE ed è causata da una depressione che sconvolge le condizioni anticicloniche tipiche della zona. Esso è spesso accompagnato da bufere di neve congelata durante la quale i fiocchi caduti a terra vengono sollevati di nuovo e, mescolandosi alla neve che cade, azzerano quasi la visibilità; in questo caso assume il nome di пурга, purga. Il buran si spinge frequentemente in Asia, al di là degli Urali, fino allo Xinjiang; più raramente giunge fino a latitudini più basse e arriva fino in Italia seguendo traiettorie orientali, aggirando la catena alpina e non trasformandosi quindi in favonio. In questi casi si verificano crolli termici consistenti e improvvisi. Questo vento ha dato il nome alla navetta spaziale sovietica Buran.

Nativo delle pianure della regione Sarmatica Russa, ad Ovest degli Urali, il Burian è un vento gelido che soffia accompagnato da bufere di neve congelata dai fiocchi finissimi, che una volta caduti a terra vengono sollevati di continuo dalle folate del vento. La neve che cade dalle nubi, si somma a quella che viene sollevata dal suolo rendendo così la visibilità quasi pari a zero. Il Burian molto spesso si spinge in Asia, al di là degli Urali, e qualche volta seguendo traiettorie di “conquista”, si spinge fino alle nostre latitudini, coinvolgendo la Penisola Italica. La caratteristica del Burian indubbiamente è il suo vento gelido, però è da tenere in considerazione anche la pochissima umidità che contiene. Il vento gelido e secco, raffredda velocemente al suo passaggio tutte le regioni che attraversa; molto frequentemente, il Burian è accompagnato da altri venti freddi. Una cosa molto importante è quella che il Burian, quando arriva alle nostre latitudini non è “ostacolato” dalla Catena Alpina, e di conseguenza, non si trasforma in Fohn (vento caldo di ricaduta classico delle zone prealpine). Questo gelidissimo grecale, attraversando velocemente le repubbliche orientali dell’Europa, varca vorticosamente i nostri confini dalle regioni di nord-est, propagandosi successivamente in tutta la penisola. Quando in Italia arriva il Burian ci sono crolli termici consistenti, veloci e improvvisi ma non solo.

L’aria fredda continentale, a differenza di quella polare, ha temperature più basse negli strati inferiori dell’atmosfera rispetto a quelle misurate in quota. Le analisi meteo e dei modelli matematici, quando arriva il Burian, si rivelano quasi sempre errate, poiché l’aria fredda che entra è molto più fredda alle quote basse, rispetto a quelle di altezza di geopotenziale (ad esempio una carta 850 hPa di geopotenziale può avere una temperatura di -5°C, quando invece al suolo la temperatura si assesta facilmente attorno ai -15°C). Il Burian non è molto frequente alle nostre latitudini, però negli ultimi anni in forma più o meno consistente ci ha però fatto visita. Citando alcuni esempi: 13 Dicembre 2001, 25 Dicembre 1996, 1 Marzo 2005, 6 Febbraio 1991 e 6 Marzo 1971.

Il Temporale – L’instabilità atmosferica

Il temporale è un fenomeno atmosferico accompagnato spesso da fulmini, vento e precipitazioni, frequentemente sotto forma di rovescio. Spesso il fenomeno si verifica in condizioni di marcata instabilità atmosferica. Si tratta del fenomeno atmosferico più violento in termini energetici cui possiamo assistere con una certa frequenza alle latitudini temperate. Il temporale è l’insieme dell’enorme nube che lo sovrasta, il cumulonembo, e dei fenomeni ad esso associati. Il cumulonembo è una nube a sviluppo verticale che si forma per il sollevamento di grandi masse d’aria calde (causato da diversi fattori) e umide in aria instabile. Con il sollevamento l’aria si raffredda adiabaticamente e il vapore acqueo in essa contenuto, raggiunta la saturazione, condensa iniziando a sviluppare la nube.

All’interno della nube ci sono correnti ascensionali molto violente e forte turbolenza, e le gocce d’acqua soffuse facilmente si uniscono e originano pioggia, o anche grandine se vengono trascinate a lungo all’interno della nube dalle correnti. Al di sotto del cumulonembo si formano in genere forti ascendenze e forti discendenze ai lati, che provocano al perimetro del cumulonembo un forte vento che solleva visibilmente la polvere e precede la pioggia. Nel momento in cui inizia a piovere il moto si inverte, si hanno discendenze al centro e ascendenze ai margini. In cima al cumulonembo, quand’esso ha raggiunto la fase di maturità o pieno sviluppo, si trova una caratteristica incudine, che può anche raggiungere i 10.000 m di quota e oltre. Tale incudine si forma laddove l’aria in ascesa incontra la tropopausa, e la sua caratteristica forma è dovuta alla costanza dell’andamento termico che caratterizza la tropopausa che inibisce l’ulteriore ascesa della massa d’aria instabile all’origine della genesi del cumulonembo. Va inoltre ricordato che se nella formazione di cumulonembo vi è moltissimo vento sia correnti calde o fredde il temporale scarica solamente il suo potenziale elettrico ma non lascia cadere la pioggia a causa del vento appunto che sposta velocemente le nuvole. Difficilmente può accadere il contrario. Il temporale risulta quindi composto da:

1) cumulo vero e proprio associato a fenomeni;

2) incudine di cirri;

3) eventuali ‘mammatus’ visibili alla base dell’incudine;

Prima e durante un temporale è possibile osservare i seguenti fenomeni che a volte possono anticipare la comparsa stessa del fenomeno temporalesco: Aumento dell’umidità nell’aria con la seguente brusca diminuzione della pressione atmosferica. Formazione di un vento freddo, più o meno intenso, al suolo. Come conseguenza del punto precedente può avvenire una diminuzione, più o meno intensa, della temperatura al suolo. Comparsa di fulmini (a volte solo tuoni) rilevabili con una radio AM (abbastanza sensibile) sotto forma di interferenze facilmente riconoscibili.

1) Temporali frontali: quando in una perturbazione è presente il fronte freddo, non è difficile che compaiano cumulonembi. L’aria fredda infatti si incunea sotto quella calda, la solleva in maniera rapida e contribuisce a destabilizzare la situazione. La pressione intanto cala e il vento rinforza. Nel cielo, le nubi cumuliformi si ingrossano sempre di più fino a che scoppia il temporale. Questo tipo di cumulonembi si può formare a qualsiasi ora del giorno e della notte.

2) Temporali convettivi: si formano per la risalita di aria calda dal suolo (riscaldato dal sole) verso il cielo. Se questa è abbastanza umida, e se l’aria è abbastanza instabile, la corrente convettiva può formare una nuvola. Se inoltre l’atmosfera è instabile allora è probabile che il cumulo si ingrossi a sufficienza per dare origine a fenomeni. Questo tipo di temporali avviene soprattutto quando aria fresca corre su un terreno più caldo (gocce fredde in quota).

3) Temporali orografici: l’aria che risale un pendio di montagna, se abbastanza umida, può generare delle nubi anche temporalesche con conseguenze simili alle precedenti.

Fasi del fenomeno

1) Sviluppo: l’instabilità fa nascere un cumulo di grandissime dimensioni.

2) Maturità: il cumulo diventa cumulonembo perché ha raggiunto dell’aria stabile quindi non può più salire ma si espande orizzontalmente (incudine). Coesistono in quota cristalli di ghiaccio e gocce di acqua. Vi sono due correnti ben distinte, una fredda e una calda.

3) Dissipazione: l’aria fredda discendente prevale sulla calda. Il temporale si scarica e perde vigore.

4) Scomparsa: il temporale sparisce e al suo posto rimangono dei cumuli, degli altocumuli, dei cirri.

Un temporale è alimentato in genere da più cellule convettive (temporale multicellulare- durata media 1 ora- 3 celle circa). Possono anche esserci temporali con una sola cella (monocellulari) o una sola grande cella in rotazione (supercella). Questi ultimi sono i più pericolosi e possono portare alla formazione di tornado. Questa struttura fa sì che, nei temporali multicellulari, la zona più attiva della nube sia in continuo spostamento e quindi l’intensità delle precipitazioni vari a intervalli irregolari. Ciò permette infine anche una maggiore durata della nube. Il temporale è uno dei fenomeni atmosferici estremi della natura: fin dal passato era temuto e venerato. Gli antichi spesso creavano divinità per i fenomeni della natura: tra questi non poteva mancare la figura del dio temporale. L’esempio più famoso è forse quello di Giove che aveva il potere di scagliar fulmini, ma anche nella civiltà egizia gli dei collegati ad eventi atmosferici non mancano. Oggi, con i progressi nei campi della scienza, il temporale non è che una nube plumbea associata generalmente a precipitazioni a prevalente carattere di rovescio e/o vento. Tuttavia il suo fascino rimane lo stesso dopo migliaia di anni.

IL CICLONE TROPICALE – L’Uragano

Pubblicato: 28 ottobre 2010 in Meteorologia

Il Ciclone Tropicale – L’Uragano

Un ciclone tropicale è una sistema tempestoso caratterizzato da un largo centro di bassa pressione e da numerosi temporali che producono forti venti e pesanti piogge. Questi cicloni si ingrossano grazie al calore liberato dall’aria umida che evapora, con conseguente condensazione del vapore acqueo. Sono diversi da altre tempeste proprio perché hanno un diverso meccanismo di alimentazione del calore. I cicloni tropicali, per questo, si formano vicino all’equatore, a circa 10° di latitudine di distanza da esso. In relazione all’entità e alla zona di formazione di un ciclone tropicale, esso è chiamato in modo diverso: uragano, tifone, tempesta tropicale, tempesta ciclonica, depressione tropicale o semplicemente ciclone.

I cicloni tropicali sono classificati dentro tre grandi categorie basate sulla intensità: depressioni tropicali, tempeste tropicali, e un terzo gruppo di tempeste più intensive, di cui il nome dipende in base alla regione. Per esempio, se una tempesta tropicale ha luogo nel Pacifico nord-occidentale e raggiunge venti dell’entità di un uragano sulla scala di Beaufort, prende il nome di “tifone”; se una tempesta tropicale della stessa entità si verifica invece nel Bacino del Pacifico del nord-est viene chiamato “uragano”. I termini “uragano” e “tifone” non sono usati nell’emisfero meridionale o nell’Oceano Indiano. In questi bacini prendono il nome di cicloni. Quindi a seconda della regione vengono usati termini diversi per descrivere i cicloni tropicali con venti massimi sostenuti che superano i 33 m/s (63 nodi o 117 km/h):

1) Uragano: nell’Atlantico settentrionale e nel Pacifico settentrionale a est della linea del cambiamento di data;

2) Tifone: nel Pacifico settentrionale a ovest della linea del cambiamento di data;

3) Ciclone: con l’accompagnamento di aggettivi vari (per esempio: tropicale) nelle altre aree.

A) La depressione tropicale è un sistema di nubi e temporali dove i venti raggiungono la velocità massima di 63 km/h. Non c’è un “occhio” e non sono organizzati a spirale, come di solito avviene nei cicloni. Vi è comunque un’area di bassa pressione da cui prende il nome “depressione”.

B) I Tifoni sono depressioni, cioè aree con una pressione atmosferica molto bassa, con estensione di qualche centinaio di chilometri, che provocano violenti venti, abbondanti precipitazioni e pesanti inondazioni lungo le coste. I tifoni si formano unicamente sul mare penetrando marginalmente all’interno dei continenti, dove rapidamente si attenuano, e sono tipici dei mari tropicali. I tifoni si formano alla fine dell’estate e in autunno quando sui mari staziona aria calda e umida per via delle più alte temperature raggiunte dall’acqua.

Gli uragani si formano quando l’energia liberata dalla condensazione del vapore nelle correnti ascendenti causa un ciclo di auto-amplificazione. L’aria si scalda, salendo di più, e ciò incrementa la condensazione. L’aria che fuoriesce dalla sommità di questo “camino” ridiscende verso il basso sotto forma di venti potenti. Strutturalmente, un ciclone tropicale è un grande sistema di nuvole, vento e attività temporalesca in rotazione. La sua fonte primaria di energia è il “calore sensibile” o diretto proveniente dalla superficie marina e la liberazione del calore di condensazione da parte del vapore acqueo che si condensa a quote elevate nelle imponenti nubi temporalesche. In ultima analisi, quest’energia deriva direttamente dal Sole, che produce l’evaporazione dell’acqua marina; l’energia solare viene immagazzinata durante la fase di evaporazione e liberata durante la successiva fase di condensazione. Perciò, un ciclone tropicale può essere visto come un gigantesco motore termico verticale, mosso da forze fisiche come la gravità e la rotazione della Terra.

 

La condensazione aumenta l’instabilità verticale, determinando il calo di pressione e facendo aumentare l’intensità dei venti che a loro volta favoriscono l’ulteriore evaporazione e la condensazione stessa, con un meccanismo che si auto-amplifica finché esiste la fonte di energia che lo alimenta – l’acqua calda. Fattori come il continuo squilibrio nella distribuzione delle masse d’aria contribuiscono al bilancio energetico del ciclone. La rivoluzione orbitale della Terra pone il sistema in rotazione e ne influenza inoltre la traiettoria. Per la formazione di un ciclone tropicale occorrono una perturbazione meteorologica preesistente capace di favorire la divergenza d’aria in quota e la convergenza al suolo, un oceano tropicale caldo (temperatura superiore ai 26-27 °C), e venti relativamente leggeri in alta quota. La condensazione come forza motrice è il tratto distintivo dei cicloni tropicali rispetto ad altri fenomeni meteorologici, e il fatto che essa sia più forte nei climi tropicali costituisce la ragione per cui queste strutture si originano ai tropici. Per contro, i cicloni delle medie latitudini traggono la loro energia principalmente dai gradienti termici orizzontali preesistenti nell’atmosfera.

Per alimentare il suo meccanismo termico, un ciclone tropicale deve rimanere al di sopra di acque calde, che forniscono l’umidità atmosferica necessaria. Quando un ciclone tropicale passa sopra la terraferma, la sua intensità diminuisce rapidamente declassandosi a semplice depressione; salendo di latitudine e trovando acque più fredde si trasforma in un comune ciclone extratropicale. Alcuni scienziati hanno stimato che l’energia termica rilasciata da un uragano sia compresa tra 50 e 200 trilioni di watt (50-200mila GW) – circa l’energia generata dall’esplosione di una bomba atomica da 10 megatoni ogni 20 minuti. Il movimento più importante delle nubi è verso il centro con un movimento tipico a spirale creando imponenti barriere di nubi che si innalzano fino alla tropopausa; i cicloni tropicali sviluppano anche un movimento in senso opposto ad alta quota, costituito dalle nuvole (cirri) formate con il vapore condensato che viene espulso in alto dal “camino”. La presenza di questi cirri ad alta quota può essere il primo segno dell’arrivo imminente di un uragano. La formazione dei cicloni tropicali è oggetto di ricerche tuttora in corso e non è ancora perfettamente spiegata. Comunque, si è capito che sono necessari cinque fattori concomitanti:

1) Temperatura del mare al di sopra di 26.5 °C dalla superficie a una profondità di almeno 50 m per garantire un apporto di energia duraturo.

2) Condizioni nell’atmosfera superiore tipiche della formazione di temporali. La temperatura dell’atmosfera deve diminuire rapidamente con l’altezza e la media troposfera deve essere relativamente umida.

3) Una perturbazione meteorologica preesistente, di solito un fronte tropicale, perturbazione temporalesca priva di rotazione che attraversa gli oceani tropicali.

4) Una distanza di circa 10° o più in latitudine dall’Equatore, in modo che l’ effetto Coriolis sia abbastanza importante da innescare la rotazione del ciclone. (La più forte tempesta tropicale di tipo ciclonico che non ha rispettato questo limite è stato l’uragano Ivan, nel 2004, che ha avuto origine alla latitudine di 9,7°N.)

5) Assenza o presenza ridotta di componenti di ‘taglio nel vento (shear ovvero cambiamenti importanti di velocità o direzione del vento con la quota). Questi cambiamenti possono spezzare la struttura verticale di un ciclone tropicale. Tuttavia, esistono casi di cicloni tropicali che si sono formati senza rispettare tutte le condizioni suddette.  Un forte ciclone tropicale è composto dai seguenti componenti:

1) Bassa superficie: Tutti i cicloni tropicali ruotano attorno ad un’area di bassa pressione atmosferica vicino la superficie della Terra. Le pressioni registrate al centro di cicloni tropicali sono tra le più basse che si realizzano sulla superficie terrestre al livello del mare.

2) Nucleo caldo: I cicloni tropicali sono caratterizzati e guidati dal rilascio di grosse quantità di calore latente di condensazione poiché l’aria densa sale verso l’alto e si condensa il suo vapore acqueo. Questo calore è distribuito verticalmente, attorno al centro della tempesta. Cosicché, ad una certa altitudine (fatta eccezione per la zona vicino alla superficie dove la temperatura dell’acqua influenza la temperatura dell’aria) l’ambiente all’interno del ciclone è più caldo rispetto alle zone esterne intorno ad esso.

A livello mondiale, l’attività dei cicloni tropicali ha un picco a fine estate quando le temperature dell’acqua sono più alte. Peraltro, ogni bacino ha il suo specifico andamento stagionale. Nell’Atlantico Settentrionale, gli uragani si concentrano nel periodo giugno-novembre, con un picco tra la fine di agosto e tutto settembre (il picco statistico medio cade il 10 settembre). Il Pacifico nord-orientale ha un periodo di attività più ampio, ma simile all’Atlantico. Il Pacifico nord-occidentale vede cicloni tropicali tutto l’anno, con un minimo a febbraio e un picco all’inizio di settembre. Nell’Oceano Indiano settentrionale, i cicloni tropicali sono più frequenti da aprile a dicembre, con picchi a maggio e novembre. Nell’emisfero australe, l’attività dei cicloni tropicali comincia alla fine di ottobre e finisce a maggio, con un picco tra la metà di febbraio e i primi giorni di marzo. A livello mondiale, si formano in media 80 cicloni tropicali all’anno.

La maggior parte dei cicloni tropicali si generano nella fascia di latitudini di intensa attività temporalesca chiamata zona di convergenza intertropicale. Si può affermare che la quasi totalità dei cicloni ha origine tra i 10 e i 30 gradi di latitudine, l’87% di essi addirittura a meno di 20 gradi. Poiché è l’effetto (o la forza) di Coriolis a iniziare e a mantenere la rotazione dei venti all’interno del ciclone, questo ne impedisce la formazione a latitudini inferiori ai 10 gradi, dove tale forza è debole. È possibile la formazione in questa zona, qualora vi sia un’altra sorgente di rotazione iniziale. Questa condizione, alquanto rara, fa si che tali cicloni abbiano una frequenza secolare al massimo. L’uragano Ivan del 2004 è una di queste rarità. Una combinazione di preesistente instabilità, divergenza ai livelli alti della troposfera e intrusioni di aria fredda di origine monsonica hanno portato all’origine nel 2001 al Tifone Vamei a solo 1,5 gradi di latitudine. È stimato che questa occasionalità si possa verificare una volta ogni 400 anni.

Il Tornado – La furia distruttiva della natura

I tornado, o trombe d’aria, sono violenti vortici d’aria che si originano alla base di un cumulonembo e giungono a toccare il suolo. I tornado sono associati quasi sempre a temporali molto violenti, possono percorrere centinaia di chilometri e generare venti di 500 km/h. I tornado sono fenomeni meteorologici altamente distruttivi, nell’area mediterranea rappresentano il fenomeno più violento verificabile. Il tornado si presenta come un imbuto che si protende dalla base del cumulonembo fino al terreno o alla superficie marina. Il tornado che si verifica sulla terra ferma (la maggior parte), solleva una grande quantità di polvere e detriti che accompagna il loro moto fino alla dissipazione. Il diametro della base di un tornado varia dai 100 ai 500 metri, ma in casi eccezionali sono stati registrati tornado con diametro di base superiore al 1 km. L’altezza di un tornado può variare tra i 100 e i 1000 metri, in relazione alla distanza tra suolo e base del cumulonembo. I tornado più violenti, tendono a presentarsi come imbuti con confini lineari, in generale i più deboli si presentano con una forma sinuosa che si assottiglia progressivamente con l’inizio della dissipazione.

Processo di formazione

Il processo di formazione di un tornado è legato a caratteristiche atmosferiche particolari. Le condizioni propizie per la formazione di cumulonembi si trovano negli ambienti fortemente instabili, caratterizzati da venti variabili a seconda dell’altezza e dalla presenza di una massa di aria calda e umida, sovrastata da quella fredda e secca ad un’altezza di circa 1500 metri. Nel caso l’aria a bassa quota venga costretta a risalire, a causa di perturbazioni e fronti d’aria, allora salendo si raffredda, si espande, innesca la condensazione e infine la formazione di una nube avente una base appiattita. A questo punto queste parti d’aria si riscaldano fino a una temperatura maggiore dell’ambiente, quindi acquisiscono la libertà di salire ulteriormente a una velocità elevatissima (250 km all’ora) formando un cumulonembo torreggiante. Quando queste parti d’aria riscendono dalla stratosfera si incanalano ai lati del cumulonembo dando luogo all’incudine del tornado.

Normalmente un fenomeno temporalesco sviluppa dei moti ventosi al suo interno più o meno rettilinei; in alcuni casi, invece, il moto ventoso che genera il cumulonembo può dar vita a vortici, ovvero alla formazione di moti circolatori all’interno e all’esterno della nube. Questi vortici, in determinate situazioni, danno origine a tornado. La nascita dei moti vorticosi può avere cause molteplici: la più comune è che la turbolenza vorticosa sia originata dal contrasto tra la corrente ascensionale e quella discendente del temporale; in questo caso i tornado generati sono di norma di debole intensità e di breve durata. L’altra possibilità è che il moto vorticoso nasca insieme alla formazione temporalesca e ne determini lo sviluppo producendo al suo interno un sistema rotatorio e in questo caso si parla di mesocicloni. La formazione dei mesocicloni dipende dal fenomeno del windshear (vento variabile), una particolare circolazione atmosferica che si verifica solamente in presenza di venti variabili di intensità e direzione in quota progressiva. Queste condizioni stimolano lo sviluppo di moti rotatori in una zona di instabilità atmosferica, l’intensità dei temporali che si formano in presenza di windshear aumenta notevolmente. Un’altra condizione utile alla formazione di un tornado è la presenza di correnti fredde in quota (correnti a getto) che alimentano il moto convettivo del cumulonembo e ne stimolano la rotazione. Queste condizioni atmosferiche danno vita a temporali di notevole intensità, potenzialmente capaci di generare dei tornado. Il fenomeno tornadico ha origine nel settore ascensionale (updraft) di queste intense formazioni temporalesche, la cui circolazione (come quella dei venti del mesociclone) è antioraria nell’emisfero boreale e oraria nell’emisfero australe (per l’effetto di Coriolis). Al centro della colonna d’aria ascensionale si forma una notevole depressione con una differenza di gradiente barico tra centro e periferia, nel caso questa raggiunga valori notevoli (dai 20 ai 40 hPa) l’aria viene letteralmente risucchiata fino a raggiungere il suolo, con una corrente circolatoria concentrata che raggiunge altissime velocità.

I tornado sono fuori di ogni dubbio il fenomeno atmosferico più incredibile e distruttivo. Essi sono molto più piccoli e molto meno duraturi dei cicloni tropicali (uragani, tifoni, willy willies, ecc): un uragano può superare i 1000 Km di diametro mentre i tornado eccedono raramente i 2 Km. Ma un tornado, nella sua ristretta fascia di distruzione, scatena venti che spirano a oltre 500 Km/h (molto superiori ai 300 Km/h dei venti dei cicloni tropicali) esercitando sulle superfici colpite pressioni dinamiche dell’ordine di 1 tonnellata per metro quadrato. In una tromba d’aria inoltre agiscono altre forze. Innanzitutto il vento possiede una notevole componente verticale: le correnti ascensionali raggiungono i 300 Km/h riuscendo a sollevare da terra gli oggetti più pesanti (automobili, intere case, locomotive, ecc). Importante è anche la caduta di pressione che accompagna il passaggio di queste meteore: un vero e proprio crollo barico stimato nell’ordine dei 100 hpa. Essendo tale diminuzione di pressione repentina, al passaggio dell’imbuto, le strutture chiuse (case, ecc) si trovano improvvisamente ad avere una pressione interna molto superiore a quella esterna e letteralmente esplodono. Aprire una finestra può quindi risultare utile per facilitare il deflusso dell’aria, ma tale operazione è sconsigliata per il rischio di essere colpiti dalle schegge dei vetri che si infrangono. A tutto questo va aggiunto che i tornado si formano all’improvviso, si muovono molto rapidamente (50-100 Km/h), e sono quasi imprevedibili. La loro potenza quasi soprannaturale, il loro aspetto, allo stesso tempo suggestivo e terrificante, e lo spaventoso rombo stridente che li accompagna fanno dei tornado un vero e proprio prodigio della natura.

La distruttività di un tornado si calcola in base alla sua durata, velocità e intensità dei venti. I Tornado più distruttivi vengono generati dalle supercelle, cumulonembi mesociclonici di enorme intensità che si sviluppano tipicamente in determinate zone geografiche (in particolare in alcune zone degli Stati Uniti), dove le condizioni atmosferiche sono così intense (elevato windshare, forti correnti a getto in quota, grande differenza di valori igrometrici tra suolo e quota e contrasto termico elevato tra masse d’aria coinvolte) da generare tempeste di estrema potenza. Un tornado mediamente dura dai 5 ai 15 minuti, ma in alcuni casi, in relazione alla sua intensità, può arrivare a durare anche più di un’ora. Gli spostamenti del tornado oscillano tra una velocità spesso non costante compresa tra 30 e 100 km/h. La classificazione dei tornadi avviene in base alla rilevazione empirica dei danni causati secondo la Scala Fujita, dal nome del professore dell’Università di Chicago che l’ha ideata nel 1971. Come per i terremoti con la Scala Mercalli la suddivisione avviene per gradi di distruttività del fenomeno.

Ad ogni grado Fujita corrisponde un livello di distruttività. Si parte dal F0 (raffiche da 64-116 km/h) che può danneggiare i rami degli alberi, sollevare le tegole dei tetti, fino ad arrivare al F5 (420-512 km/h) che rade al suolo ogni cosa che trova sul suo cammino fino ad sradicare le fondamenta di case ed edifici. In particolare, per la caduta di pressione atmosferica che viene a verificarsi durante il passaggio di un tornado violento (si stima di circa 100 hPa in pochi secondi) le strutture chiuse, per la differenza barica con l’esterno, esplodono letteralmente. I tornado più frequenti sono quelli compresi tra le classi F0 e F1, solo il 5% dei tornado è classificato come forte. I tornado devastanti (F4-F5) coprono una percentuale compresa tra 1% e lo 0,1%, e sono per questo molto rari. Il fenomeno tornadico, per quanto possa verificarsi ovunque escludendo le zone polari, si presenta in alcune zone geografiche particolari che presentano con regolarità le condizioni ottimali per il suo sviluppo. La più famosa è la cosiddetta “Tornado Alley” (l’Area dei Tornado), negli Stati Uniti (il paese maggiormente colpito da questo fenomeno per frequenza e intensità). Questa zona comprende lo stato del Texas, l’Arkansas, l’Oklahoma, il Nebraska, Il Kansas, il Missouri, l’Iowa, il South Dakota e l’Illinois. Lo stato maggiormente coinvolto è sicuramente l’Oklahoma, dove si registra la maggior densità di tornado per 1.000 miglia quadrate. Le cause che fanno di questa zona (la Tornado Alley) la più colpita dai tornado sono da ricercare nelle condizioni orografiche che la interessano: le grandi pianure che si trovano in quella zona sono comprese tra le grandi catene montuose degli Appalachi e delle Montagne Rocciose, in questo teatro circoscritto dalle montagne si scontrano due tipi di correnti molto differenti, la corrente artica del Canada e la corrente umida proveniente dal Golfo del Messico, lo scontro tra queste imponenti masse d’aria genera numerosi fronti temporaleschi di grandissima intensità da cui nascono sovente molti tornado, anche contemporaneamente. Altri paesi particolarmente interessati da questo fenomeno sono L’Australia, il Giappone e il Regno Unito. Anche l’Italia rientra a pieno titolo nelle zone maggiormente interessate da tornado.

Tornado in Italia

L’Italia non è uno dei paesi con più alta incidenza di tornado a livello mondiale, anche se negli ultimi anni le trombe d’aria in Italia sono sempre più frequenti. Anche a livello europeo è sorpassato dal Regno Unito e dai Paesi Bassi. Il fenomeno, meglio conosciuto come “tromba d’aria“, si verifica maggiormente nel Lazio, Toscana, Liguria, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, ma interessa anche la zona padana e la Puglia e raramente la Campania e l’Abruzzo. Nelle regioni settentrionali il periodo di incidenza maggiore si verifica verso la fine della stagione estiva (o all’inizio di essa, quando le temperature cominciano definitivamente e visibilmente ad alzarsi), quando l’afflusso di correnti fredde nord-occidentali generano numerose formazioni temporalesche di rilevante intensità. L’intensità media dei fenomeni tornadici sulla penisola è di norma molto più bassa dei tornado americani, anche se non mancano nella storia della meteorologia italiana trombe d’aria di notevole potenza. Secondo recenti studi, l’incidenza dei tornado in Italia è destinata a salire, mantenendo stabili i ritmi di crescita che si sono verificati negli ultimi 30 anni.

Anche l’Italia ricorda degli eventi tragici legati al fenomeno dei tornado. Il tornado più violento mai verificatosi in Italia è sicuramente la “Tromba del Montello” presso il comune di Volpago del Montello in provincia di Treviso il 24 luglio 1930. Si stima, in base al calcolo dei danni, che i venti raggiunsero velocità prossime ai 500 km/h, quindi di categoria F5, un fenomeno più unico che raro che durante il suo tragitto di 80 km percorso in 84 minuti costò la vita a 23 persone. Altro fenomeno interessante fu il tornado abbattutosi il 16 giugno del 1957 presso i piccoli comuni di Robecco e Vallescuropasso nell’Oltrepò Pavese, stimato potenziale F4. Un grande tornado da segnalare è quello che investì il padovano e la Laguna di Venezia l’11 settembre 1970, dove un F4 generatosi sui Colli Euganei raggiunse la città lagunare per poi esaurirsi nel litorale del Cavallino lasciandosi alle spalle ben 36 vittime. Altro tornado di una certa rilevanza in Italia risale al 7 luglio 2001, quando una tromba d’aria di scala F3 colpì diversi paesi della Brianza, causando numerosi danni, fra cui svariati capannoni scoperchiati e distrutti, e automobili spostate anche di 200 metri. Per fortuna, anche in questo caso non vi furono vittime ma non mancarono feriti gravi. L’ultimo tornado a causare delle vittime è avvenuto in Friuli Venezia Giulia, l’8 agosto 2008, che ha colpito in particolare la zona di Grado e di Trieste. I danni più ingenti si sono verificati nella Laguna di Grado; in particolare nell’isola in cui ci sono state due vittime, due turisti norvegesi in vacanza.