KIMMIRUT: Lake Harbour

Pubblicato: 20 luglio 2011 in Località Estreme

KIMMIRUT 62° N: Lake Harbour

Kimmirut (Inuktitut, noto anche come Lake Harbour fino al 1 gennaio 1996) è un insediamento inuit di 411 abitanti situato sullo Stretto di Hudson, presso l’Isola di Baffin, nella Regione di Qikiqtaaluk del Nunavut, in Canada. Kimmirut significa “sperone”, e si riferisce ai gruppi rocciosi circondanti l’abitato. In passato presso la comunità di Kimmirut si trovavano una postazione commerciale della Hudson’s Bay Company e un’altra postazione della Royal Canadian Mounted Police. L’esploratore canadese J. Dewey Soper utilizzò questi luoghi come quartiere generale per le sue esplorazioni negli anni 1920 e trenta.

Il paese è servito da un aeroporto locale, il Kimmirut Airport, ma anche da un servizio annuale di cargo. Nel 2005 è stata proposta la costruzione di una strada che partisse dal capoluogo Iqaluit, ma il progetto è stato bloccato per l’impossibilità di aggirare le montagne presenti nella regione. Secondo il censimento del 2006 la popolazione era di 411 abitanti, con una riduzione del 5,1% rispetto al 2001.

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IL CILENTO: le Origini

Pubblicato: 3 luglio 2011 in Ricordi & Passato

IL CILENTO: le Origini

Il Cilento è una subregione montuosa della Campania che si protende come una penisola tra i golfi di Salerno e di Policastro, nella zona meridionale della regione, dichiarato dall’UNESCO Patrimonio dell’Umanità. Fino alla creazione del Parco Nazionale del Cilento e Valle di Diano il territorio cilentano era individuato tra i paesi ai piedi del Monte della Stella (1.131 mt) e altri delimitati a est dal fiume Alento. Per ragioni oggettive si è voluto estendere il Cilento a buona parte della provincia costiera e interna meridionale di Salerno. Anticamente il Cilento era parte della Lucania (insieme con il Valle di Diano e il golfo di Policastro). Ne è rimasto segno nel  dialetto, nelle tradizioni gastronomiche e nella toponomastica (Vallo della Lucania, Atena Lucana. Nella foto a fianco  Magliano Nuovo provincia di Salerno è una delle piccole comunità del Cilento).

Il filo della storia cilentana si dipana fino ai giorni nostri cucendo avvenimenti grandi e piccoli. Legando vicende romane (Cesare Ottaviano Augusto ne fece una provincia per allevare gli animali e coltivare alimenti destinati alle mense romane), a fatti medievali importanti (il Principato longobardo a Salerno, l’avvento dei monaci Basiliani e Benedettini, la nascita della Baronia con i Sanseverino, la loro rivolta a Capaccio nel 1242 contro Federico II), fino ai “moti del Cilento” del 1828, con l’insurrezione contro Francesco I di Borbone e i suoi ministri, e alla successiva epopea del brigantinaggio contro l’invasione Sabauda. Tracce, ricordi, monumenti, culture, sentieri legati a questa ricca storia oggi sono salvaguardati anche grazie al Parco Nazionale del Cilento. E grazie a quegli importanti riconoscimenti internazionali conseguiti di recente. Il primo è del giugno 1997, che ha visto l’inserimento del Cilento nella prestigiosa rete delle Riserve della biosfera del Mab-Unesco (dove Mab sta per “Man and biosphere”): su tutto il pianeta (in oltre 80 stati) si contano circa 350 di queste particolari aree protette, che servono per tutelare le biodiversità e promuovere lo sviluppo compatibile con la natura e la cultura. Così il Parco del Cilento oggi, oltre ai suoi preziosi habitat naturali, può a maggior diritto salvaguardare quegli scenari consacrati dalla storia dell’uomo e permeati dalle sue tradizioni: borghi e antichi sentieri, anche se a “macchia di leopardo” in un ambiente più ampio da difendere e da promuovere. Il parco, infatti, se giovane, è visto da molti come speranza e strumento dello sviluppo del Cilento. Secondo riconoscimento nel 1998 con il suo inserimento-insieme ai siti archeologici di Paestum e Velia nella lista di patrimonio mondiale dell’umanità. Questa consacrazione rinforza il valore di questo “Paesaggio vivente”, riconoscendone il ruolo delle civiltà che lo hanno frequentato e popolato nel corso dei millenni. “Come le specie naturali anche i popoli hanno trovato in questi luoghi i contatti, gli incroci e le fusioni, l’arricchimento del patrimonio genetico” si legge nella candidatura del Parco, “nel Cilento si realizza l’incontro tra mare e montagna, occidente e oriente, culture nordiche e africane”. 

La zona è limitata a nord dalla catena dei Monti Alburni e ad est dal Vallo di Diano. Se ne fa derivare il nome da cis Alentum (“al di qua dell’Alento”), quantunque il fiume non ne segni più il confine. All’inizio degli anni novanta fu proposta la costituzione di una sesta provincia  campana, quella del Cilento e del Valle di Diano, che avrebbe compreso tutti i comuni della provincia di Salerno oltre i confini del fiume Sele, oltre i confini comunali di Eboli, Olevano sul Tusciano, Montecorvino Rovella ed Acerno. Piuttosto lontana dall’essere realizzata, la nuova provincia ebbe anche la questione della scelta di un capoluogo. Le 4 candidate erano Vallo Della Lucania (in posizione centrale), Agropoli (la più popolata, situata a nord), Sala Consilina (il centro maggiore del Vallo di Diano) e Sapri (centro principale del Cilento meridionale e maggiore nodo ferroviario). In quel periodo vi furono vari convegni (anche televisivi, in ambito regionale) che vedevano promotori della nuova provincia a 4 teste i sindaci delle 4 cittadine sopra citate, ma poi l’iter rimase de facto lettera morta. Più recentemente è stata lanciata una proposta, presa in seria considerazione, di trasferire il Cilento dalla Campania alla Basilicata per farne una terza provincia lucana, dopo Potenza e Matera.

Prendendo in prestito dalla biologia il concetto di patrimonio genetico, si può dire che, nei paesi Cilentani, se la cultura ne avesse uno allignerebbe nelle antichissime tradizioni contadine. Addirittura importate da quei coloni Greci che raggiunsero questi lidi quasi 3.000 anni fa. Esempi evidenti sono nelle numerose manifestazioni folcloristiche che si tramandano da secoli nei centri del Parco. È il caso di Casaletto Spartano, dove il 1º maggio gruppi di giovanotti questuanti, vanno di casa in casa a chiedere legumi di ogni tipo. Vengono cotti separatamente e poi la sera nella piazza del paese sono preparati tutti insieme (13 tipi diversi) in una grande caldaia e conditi con olio e sale. I paesani ne prendono una porzione come augurio di prosperità e abbondanza dei raccolti. Questo caratteristico piatto, con qualche variante, è consumato anche a Ispani, dove si chiama “cuccìa”, dal greco “kykeon” miscuglio: in questo comune, e precisamente nella frazione di San Cristoforo, viene allestita ogni anno ad agostola Sagradella Cuccìa, con giochi per adulti e bambini, una sfilata di costumi d’epoca e al culmine della serata viene servito il tradizionale piatto. Quest’ultimo è noto anche a Cicerale dove si chiama “cecciata”, a Castel San Lorenzo e Stio noto come “cicci maritati”, a Pellare, Moio, Vallo della Lucania. Mentre a Castellabate i cicci si cuociono nel giorno dei morti. Un cibo rituale analogo era la pansperma, ottenuta dalla mescola di tutti i semi, presente nella Grecia arcaica: ne ha parlato nel Timeo il grande Platone a proposito dell’azione divina della semenza universale. Un altro esempio di ricchezza di tradizioni, questa volta religiose, sono i riti della settimana santa. Il Venerdì  Santo nell’ area del Monte Stella si svolgono le processioni delle “congreghe”, lungo percorsi di sofferenza: “Visita ai sepolcri”. Ogni paese ha la sua. Queste confraternite laiche escono dal proprio paese per andare a rendere omaggio alle chiese di quelli vicini, e solo dopo andranno nelle proprie. Indossano i classici sai e cappucci bianchi, con una mantella corta, e a coppia di due, guidati dal priore e al ritmo dei colpi di un lungo bastone, si inginocchiano davanti al sepolcro. Finita la cerimonia sono accolti dai paesani con dolci e vino. Un altro piatto tipico del cilento e in particolare di Palinuro sono dei gustosi rotoli di pizza, spesso conosciuti come le Viviane, imbottiti con una base di pomodoro e mozzarelle e farciti a piacere.

Il gruppo montuoso del Cilento è a tavolieri, con allineamento principale verso l’Appennino, ma, per l’erosione esterna che l’ha inciso in più sensi, ha un’orografia complicata e confusa. È costituito da calcare del Cretaceo e da dolomia, perciò vi si verificano dei fenomeni carsici. Le vette più importanti sono il Monte Cervati (m. 1.899), il Monte Gelbison (o Monte Sacro) (mt. 1.705), il Monte Bulgheria (mt. 1.225) che, pur superato da altre cime, spicca per il suo isolamento. Il Cilento ha boschi di faggi e di lecci, è scarsamente popolato e impervio ed i suoi centri maggiori si trovano a notevole altezza, anche sopra 1.600 m. Dal 1991, inseguito all’istituzione del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, gran parte del territorio del Cilento è protetto. Rientrano nell’area protetta circa 181.000 ettari di territorio, 8 comunità montane ed 80 comuni. La sede istituzionale dell’ente parco è situata nel centro più importante dell’area, Vallo della Lucania.

IL TRIANGOLO DELLE BERMUDE: il Triangolo Maledetto 

Il triangolo delle Bermude o delle Bermuda, è una zona di mare di forma per l’appunto triangolare, i cui vertici sono:

vertice nord – il punto più meridionale della costa dell’arcipelago delle Bermude;

vertice sud – il punto più occidentale dell’isola di Porto Rico;

vertice ovest – il punto più a sud della penisola della Florida.

In relazione a questa vasta zona di mare, di circa 1.100.000 km2, la cultura popolare ha fatto sì che nascesse la convinzione che si fossero verificati dal 1800 in poi numerosi episodi di sparizioni di navi e aeromobili, motivo per cui alcuni autori hanno soprannominato la zona “Triangolo maledetto” o “Triangolo del diavolo”. Il triangolo ha vissuto particolare popolarità nei media soprattutto a partire dal libro bestseller Bermuda, il triangolo maledetto (The Bermuda Triangle) del 1974 di Charles Berlitz, secondo il quale nella zona avverrebbero misteriosi fenomeni che sono stati accostati al paranormale e agli UFO. Nonostante la reputazione “maledetta”, derivante soprattutto da opere di divulgazione misteriologica come quelle di Berlitz, il numero di incidenti nel Triangolo non è affatto superiore a quello di una qualsiasi altra regione ad alta densità di traffico aeronavale;] come confermato dalla Guardia costiera degli Stati Uniti, l’incidentalità è nella norma per la quantità di traffico e molti degli incidenti avvenuti sono derivati da normali cause fisiche e meccaniche.

Storia del “mito” delle sparizioni

Le prime notizie di sparizioni inusuali nel triangolo delle Bermuda risalgono al 1950 ad opera di Edward Van Winkle Jones in un articolo del 16 settembre per Associated Press. Due anni dopo il magazine Fate pubblicò “Sea Mystery At Our Back Door” breve articolo di George X. Sand che riportava la presunta sparizione di molti aerei e navi inclusa la sparizione del Volo 19 e di un gruppo di cinque navi della U.S. Navy. Questo articolo segna l’inizio del mito del triangolo delle Bermuda per come è conosciuto oggi. Tale articolo inoltre fu il primo a ipotizzare una ipotesi soprannaturale per le presunte sparizioni. Un ulteriore articolo fu pubblicato nel 1964 da Vincent Gaddis che l’anno seguente pubblicò anche un libro intitolato Invisible Horizons dove approfondiva i temi trattati nell’articolo. Negli anni seguenti altri lavori furono pubblicati sul presunto mistero, tutti per lo più facenti leva su presunti fenomeni soprannaturali.

Le ricerche di Kusche

Lawrence David Kusche autore del libro The Bermuda Triangle Mystery: Solved del 1975 mise in luce gravi imprecisioni e alterazioni nell’opera di Berlitz: spesso il resoconto non coincideva con i racconti di testimoni o di persone coinvolte negli incidenti e sopravvissuti. In molti casi informazioni importanti erano omesse (come ad esempio nella scomparsa di Donald Crowhurst, riportata come mistero nonostante già allora fosse chiaro che Crowhurst aveva inventato i racconti delle sue imprese ed aveva commesso suicidio). Oppure come nel caso del cargo che lo scrittore Charles Berlitz nei suoi libri colloca come disperso nei pressi di un porto nell’Atlantico, quando in realtà era andato perso nei pressi di un porto dallo stesso nome ma nel Pacifico). Inoltre, Kusche dimostrò, tramite documentazione, come numerosi incidenti indicati come “vittime del triangolo” si erano in realtà verificati a moltissima distanza e fossero stati inclusi in malafede.

La ricerca di Kusche portò ad alcune conclusioni:

•Il numero di navi disperse è paragonabile, percentualmente, a quello di ogni altra zona dell’oceano.

•In una zona di tempeste tropicali, molte delle scomparse sono facilmente spiegabili, oltre che per nulla misteriose.

•Il numero di perdite è stato enormemente esagerato da una ricerca falsata.

•Le circostanze delle scomparse sono state riportate in modo falsato da Berlitz: il caso più comune riguarda navi che sono date per disperse con mare calmo e assenza di vento, quando in realtà le registrazione dell’epoca mostrano tempeste o peggio.

•”La leggenda del Triangolo delle Bermuda è un mistero fatto ad arte… mantenuto in vita da scrittori che volontariamente o meno fanno uso di dati errati, argomentazioni falsate, ragionamenti svianti e sensazionalismo”.

Nonostante la fama dell’area, le statistiche dei Lloyd’s di Londra affermano con certezza che il “triangolo” non è né più né meno pericolosa di ogni altra zona dell’oceano, valutando il numero di incidenti e perdite per la quantità di traffico sostenuto: l’area è una delle vie commerciali più affollate al mondo e le percentuali di sparizione sono insignificanti se esaminate nel complesso.

Lista delle scomparse – Aerei

A) 5 Grumman TBM Avenger della Marina degli Stati Uniti, squadriglia di bombardieri in volo di addestramento (conosciuta come Squadriglia 19), partiti da Fort Lauderdale (Florida), complessivamente 14 persone di equipaggio. Scomparsi dopo due ore di volo, a circa 363 chilometri a nord est della base, il 5 dicembre 1945 (vedere Volo 19).

B) Avro Tudor Star Tiger, 31 persone fra equipaggio e passeggeri; scomparso a 611 a nord est di Bermuda, il 29 gennaio 1948.

C) Douglas DC-3, partito da San Juan (Portorico) e diretto a Miami, 32 persone fra equipaggio e passeggeri; scomparso il 28 dicembre 1948.

D) Avro Tudor Star Ariel (aereo gemello dello Star Tiger), partito da Londra e diretto a Santiago del Cile; scomparso a 611 chilometri a sud-ovest di Bermuda, in direzione di Kingston (Giamaica), il 17 gennaio 1949.

Lista delle scomparse – Navi

A) USS Grampus affondata nel 1843;

B) Mary Celeste: descritta come nave “abbandonata” nell’area delle Bermuda nel 1872, in realtà l’evento si verificò davanti alle coste del Portogallo, nel triangolo invece affondò un’omonima nave nel 1864.

C) Ellen Austin: sorta di relitto dato per scomparso nel 1881 con la ciurma, in realtà, come si evince dai registri dei Lloyd’s di Londra, esisteva una nave chiamata Meta, costruita nel 1854 e poi ribattezzata, nel 1880, Ellen Austin. In relazione a questa nave non sono registrati incidenti di sorta con vittime.

D) USS Cyclops, nave da rifornimento della Marina degli Stati Uniti, in rotta dalle Barbados a No rfolk (Virginia), equipaggio di 309 persone; scomparsa dopo la partenza il 4 marzo 1918;

E) Carrell A. Deering, 1921.

F) SS Cotopaxi, scomparsa sulla rotta fra Charleston (South Carolina) e L’Avana, nel 1925.

 VENEZIA: La città degli Innamorati

Venezia è un comune italiano di 270.906 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia e della regione Veneto. È il primo comune per popolazionee per superficie della regione. La  città di Venezia è stata per più di un millennio capitale della Repubblica di Venezia .Per le peculiarità urbanistiche e per l’inestimabile patrimonio artistico, Venezia è universalmente considerata una tra le più belle città del mondo ed è annoverata, assieme alla sua laguna, tra i patrimoni dell’umanità tutelati dall’UNESCO: questo fattore ha contribuito a farne la seconda città italiana dopo Roma con il più alto flusso turistico, in gran parte dall’estero. Il territorio comunale si estende su buona parte della Laguna di Venezia ma anche sulla terraferma circostante, comprendendo la vasta area metropolitana che ha per centro Mestre. Come già accennato, il primo nucleo della città, ergo, il centro storico, è costituito da un insieme di isole poste nel mezzo della Laguna di Venezia, sulla costa adriatica nord-occidentale (golfo di Venezia), per un totale di circa 60.000 abitanti. A queste si aggiungono la maggior parte delle isole dell’estuario (circa 30.000 abitanti) e la terraferma (circa 180.000) che con i suoi 130,03 km² di estensione, rappresenta l’83% delle superfici emerse del territorio. Il centro storico è sempre stato isolato dalla terraferma (cosa che in più occasioni ha rappresentato un efficiente sistema difensivo) fino al 1846, quando fu ultimato il ponte ferroviario, affiancato, nel 1933, dal Ponte della Libertà, aperto al traffico stradale; lungo 4 km collega Mestre a Piazzale Roma..

Il clima di Venezia è quello tipico della Pianura Padana, mitigato per la vicinanza al mare nelle temperature minime invernali (3 °C in media) e nelle massime estive (24 °C in media). Si può considerare un clima di transizione tra il continentale e il mediterraneo. La piovosità raggiunge i suoi picchi in primavera e in autunno e sono frequenti i temporali estivi. In inverno non sono infrequenti le nevicate (ma normalmente la neve tende a sciogliersi rapidamente), tuttavia la notte gela spesso, cosa che coinvolge anche le acque lagunari delle zone più interne. L’elevata umidità può provocare nebbie nei mesi freddi ed afa in quelli caldi.I venti principali sono la Bora (NE) dominante nei mesi invernali e primaverili, lo Scirocco (SE) in estate e, meno frequente, Libeccio.

Con il termine di acqua alta sono indicati nella laguna di Venezia picchi di marea particolarmente pronunciati, tali da provocare allagamenti nell’area urbana. Il fenomeno è frequente soprattutto nel periodo autunnale-primaverile, quando l’alta marea arriva ad allagare buona parte della città rendendo difficili gli spostamenti per calli e campi. Il fenomeno dell’acqua alta è generato dalla combinazione di due fattori principali: un contributo astronomico che crea l’alternarsi regolare delle maree ed una causa meteorologica, l’ondata di bufera, composta dalla combinazione di vento e pressione atmosferica sulla massa marina; l’alta marea da sola non genera l’acqua alta, è l’ondata di bufera che combinandosi con la marea astronomica porta il livello dell’acqua ad alzarsi oltre i livelli normali ed in modo molto meno prevedibile. Il rialzo dell’acqua oltre il livello di marea è un fenomeno normale in un bacino chiuso come il mare Adriatico ed il vento che lo favorisce non è tanto la Bora comune a Venezia ma lo Scirocco che agisce in senso longitudinale su tutta la massa d’acqua dell’Adriatico. L’apertura delle bocche di porto, aumentando i canali di scambio d’acqua tra laguna e mare, ha amplificato il fenomeno che nel passato era un evento straordinario per la città. Anche numerosi lavori di interramento di parti della laguna (ad esempio per la realizzazione di Porto Marghera, o dell’Isola del Tronchetto hanno ridotto il volume di acqua invasabile e quindi modificato il comportamento delle maree.

In caso sia prevista “acqua alta“, la città è dotata di un sistema di segnalazione in grado di informare gli abitanti con un certo anticipo attraverso comunicazioni telefoniche e sirene, per permettere di predisporre in tempo l’occorrente per fronteggiare l’evento. Nei periodi di maggior frequenza del fenomeno a cura dell’Amministrazione Comunale è attivo un sistema di passerelle, ovvero di tavole di legno appoggiate su supporti in ferro che creano percorsi “asciutti” lungo i principali itinerari della città. Tali supporti sono garantiti fino ad un livello di marea di +120 cm, oltre i quali vengono rimossi in quanto alcuni tratti di “passerelle” inizierebbero a galleggiare. Quando l’acqua supera i +95 cm alcune linee di navigazione pubblica vengono limitate e/o deviate, in quanto i mezzi non sono più in grado di passare sotto il Ponte delle guglie, il Ponte dei Tre Archi ed il ponte ferroviario che scavalca il canale di Scomenzera. Se la marea raggiunge livelli più elevati, sono previste ulteriori riduzioni del servizio, fino al blocco totale dovuto all’impraticabilità degli imbarcaderi, ossia i pontoni galleggianti che costituiscono le fermate. Allo scopo di contrastare il fenomeno dell’acqua alta, dal 2003 è in corso di realizzazione il progetto Mose che nell’intenzione dei progettisti permetterà la riduzione delle acque alte eccezionali grazie a barriere mobili costituite da un numero variabile di paratoie ancorate sul fondo delle bocche di porto della laguna, che verranno fatte emergere in caso di bisogno attraverso un sistema pneumatico che immettendovi l’aria ed espellendo l’acqua le porterà a galleggiare sfruttando il principio di Archimede.

Il cuore della città di Venezia è Piazza San Marco, per definizione l’unica a meritarsi il nome di piazza: le altre piazze sono chiamate infatti “campi” o “campielli”. La Basilica di San Marco appare al centro della piazza, colorata d’oro e rivestita da mosaici che raccontano la storia di Venezia, assieme ai meravigliosi bassorilievi che raffigurano i mesi dell’anno. Sopra la porta principale, i quattro cavalli bronzei di Costantinopoli, (sono copie: gli originali sono nel museo di San Marco) ricordano la quarta Crociata del 1204. La sua forma a croce greca è sovrastata da cinque enormi cupole. È la terza Basilica dedicata a San Marco che sorge in questo luogo: le prime due andarono distrutte. Pare che questa versione sia stata ispirata dalla chiesa dei Santi Apostoli di Costantinopoli. L’interno è rivestito di mosaici a fondo oro che raffigurano passi biblici e allegorici. Inizialmente, era la cappella dei Dogi della Repubblica di Venezia. Il Palazzo Ducale sorge a fianco della Basilica: a unirli, la Porta della Carta, opera di Bartolomeo Bon, che oggi è l’uscita del museo di Palazzo Ducale. L’ingresso principale è sul lato che guarda alla laguna. Sede del governo della Serenissima, è stato costruito nel XV secolo con marmi d’Istria. Qui sorgeva un castello, poi dato alle fiamme per far uscire Pietro IV Candiano che vi aveva trovato rifugio durante una sommossa.

 Ora il Palazzo è un museo, con opere dei migliori artisti veneziani: la Biblioteca Sansovina, che si trova al suo interno, ospita delle mostre temporanee. Da vedere la Sala del Maggior Consiglio, che per secoli fu la più grande sede di governo del mondo, il Ponte dei Sospiri, le carceri e i Piombi. Di fronte al Palazzo Ducale sorge il campanile di San Marco: costruito nel 1173 come faro per i naviganti, fu restaurato da Bartolomeo Bon nel XV secolo. Crollò il 14 luglio 1902 e venne interamente ricostruito. La loggetta in marmo rosso di Verona è un’opera di Jacopo Sansovino, e su di essa si trovano i bassorilievi che raffigurano allegorie con le imprese della Repubblica del Leone. Un altro simbolo della città è il Ponte di Rialto: opera di Antonio Da Ponte, sorse nel 1591. Costituiva l’unico modo di attraversare il Canal Grande a piedi: infatti, rimase l’unico ponte fino al 1854, quando fu costruito il Ponte dell’Accademia (attualmente esistono anche il ponte degli Scalzi e il ponte della Costituzione). Sui lati del corpo centrale si trovano negozi di lusso mentre, alla fine del ponte, nel sestiere di San Polo, la pittoresca pescheria e la chiesa di San Giacomo di Rialto. Altri importanti monumenti veneziani sono l’Arsenale, la chiesa di Santa Maria della Salute, la basilica di Santa Maria gloriosa dei Frari, le sinagoghe del Ghetto.                                           

TARVISIO – La città dei ricordi (Capodanno 2011)

Tarvisio è un comune italiano di 4.827 abitanti della provincia di Udine in Friuli-Venezia Giulia. È il comune più a est della provincia. Tarvisio sorge in Val Canale a 754 metri m s.l.m. Geograficamente non appartiene alla regione italiana essendo posta al di là dello spartiacque alpino e facendo parte del bacino idrografico del Danubio e del Mar Nero: infatti il fiume Slizza (Gailitz in tedesco) che attraversa Tarvisio sfocia nel Gail ad Arnoldstein. Sul Monte Forno vi è la triplice frontiera, punto in cui si incontrano i confini di Italia, Austria e Slovenia. Nonostante sia posta a soli 754 m s.l.m., ha un clima continentale con inverni freddi (minima assoluta -23 °C nel gennaio 1985) e molto nevosi (media annua di 250cm di precipitazioni nevose). Per contro le estati sono piuttosto calde (massima assoluta 37 °C nel luglio 1983). Nel territorio comunale è ubicata la stazione meteorologica di Tarvisio, ufficialmente riconosciuta dall’organizzazione meteorologica mondiale, nonché punto di riferimento per lo studio del clima della corrispondente area alpina.

Lo statuto comunale elenca, oltre al capoluogo, altre quattro frazioni (tra parentesi le denominazioni in tedesco, sloveno e friulano): • Camporosso (Saifnitz, Žabnice, Cjamparos) • Cave del Predil (Raibl, Rabelj, Rabil/Predil) m 900 • Coccau (Goggau, Kokova, Cocau) m 672 • Fusine (Weißenfels, Fužine/Bela Peč, Fusinis) m 773. Altre località degne di nota sono: • Monte Lussari (Luschariberg, Sv.Višárje, Mont Sante di Lussàri) • Muda (Mauth, Múta, Mude) • Plezzut (Flitschl, Flíčl, Pleçùt) m 813 • Poscolle (Hinterschloss, Zágradec, Puscuèl) • Rutte (Greuth, Trbiške rute, Rute) m 830 • Sant’Antonio (Sankt Anton, Sant Antòni) Economia Nel territorio di Tarvisio sono presenti alcuni noti impianti sciistici (in particolare la famosa pista “Di Prampero“, sul Monte Santo di Lussari) ed il Liceo per gli Sport Invernali “Ingeborg Bachmann”, nato al fine di formare atleti di alto livello concertando l’attività con un normale corso di studi liceali. Altro punto di elevato interesse economico-turistico-commerciale è il locale “Mercato” recentemente ristrutturato e che ha visto nell’arco di anni visitatori provenienti da tutta Europa.

Infrastrutture e trasporti

La stazione ferroviaria di Tarvisio, denominata Tarvisio Boscoverde, è uno scalo internazionale dove s’incontrano il servizio ferroviario italiano, gestito da Trenitalia, e quello austriaco, gestito dalle ÖBB. L’impianto ferroviario è stazione terminale della nuova ferrovia Pontebbana, che porta a Udine, e della ferrovia Rudolfiana, che porta in Austria. Prima dell’apertura della nuova linea Pontebbana, avvenuta nel 2000, Tarvisio era servita da due impianti ferroviari: la stazione di Tarvisio Centrale, che svolgeva il ruolo di stazione internazionale di confine, e la fermata ferroviaria di Tarvisio Città. Fino al 1965, da Tarvisio Centrale si diramava la linea internazionale per Lubiana sulla quale si trovava la stazione di Tarvisio Vecchia che fu il primo scalo ferroviario tarvisiano. Autostrade L’abitato di Tarvisio si trova nelle immediate vicinanze dell’Autostrada Alpe-Adria (A23) la quale è fruibile attraverso due svincoli: Tarvisio Sud (solo da e per Udine) e Tarvisio Nord (solo da e per l’Austria); l’autostrada viene utilizzata per valicare il confine austriacooppure per raggiungere i vicini comprensori sciistici (Tarvisio e Arnoldstein)per chi proviene da Udine o dall’Austria. Strade Tarvisio è lo snodo di due principali arterie stradali: la Pontebbana e la SS54; la prima permette di raggiungere il vicino confine austriaco (Valico di Coccau) e collega Tarvisio con Udine, la seconda arteria invece collega Tarvisio con la città slovena di Kranjska Gora (prima del 1947, l’intera tratta era in territorio italiano e collegava Tarvisio con Udine passando per i comuni di Plezzo, Caporetto e Cividale del Friuli.

Ringrazio Elisa per avermi portato in questo posto magnifico. Non lo dimenticherò mai. Grazie.